Venerdì a Foggia circa 20.000 persone, sotto l’egida di Libera contro le mafie, sono scese in piazza per dire “no” alla criminalità mafiosa più resiliente e sanguinosa del Paese, quella delle tre mafie che compongono la cosiddetta “Quarta mafia”: la “Società foggiana”, la “mafia garganica” e la mafia di Cerignola.

Il 2020 è iniziato in modo terribile: nei primi tre giorni dell’anno ci sono stati due incendi a esercizi commerciali, l’omicidio di Roberto D’Angelo e la bomba all’auto di Cristian Vigilante, il tutto a firma della “Società foggiana”. E all’alba di oggi una bomba intimidatrice in un negozio di Orta Nova, a pochi chilometri dal capoluogo. Esasperata fino al parossismo, la cittadinanza, di solito impaurita dall’arroganza e dalla forza d’urto dei clan, questa volta si è organizzata ed è scesa in strada. Inutile girarci intorno, è un evento storico invocato e atteso da tempo. È una presa di coscienza del secondo territorio per estensione del Paese, che ha coinvolto il Prefetto, le forze dell’ordine, il governatore della Puglia, don Ciotti e la vice Presidente di Libera, Daniela Marcone (figlia di Francesco, uomo dello Stato ucciso nel 1995 per essersi opposto ai diktat della mafia foggiana). C’erano anche un ministro della Repubblica, i sindaci della provincia. E c’erano ventimila persone che hanno dichiarato guerra ai clan.

Questo risveglio delle coscienze è l’inizio del riscatto della comunità operosa del foggiano contro il malaffare. Un risveglio in cui ognuno deve fare la sua parte, il cittadino parlandone in famiglia e la scuola parlandone nelle classi di ogni grado. Per anni nel Paese di questa mafia nessuno ne sapeva niente. Nessuno immaginava che, nella terra del Gargano e di Padre Pio, si uccidesse con tanta facilità e si piazzassero bombe come se fosse una città assediata. Hanno pagato con la vita anche molti innocenti, e ora finalmente, dopo anni di insistenze con la stampa nazionale, l’opinione pubblica italiana conosce il problema, quindi il governo può affrontarlo seriamente. Non dovrebbe essere così, ovviamente, perché una politica degna di questo nome avrebbe dovuto farlo senza aspettare sangue innocente e le marce di una cittadinanza esasperata e impaurita.

Il 7 gennaio Raffaele Vescera, giornalista foggiano, ha pubblicato su Facebook un post intitolato: “LA MAFIA E’ INVISIBILE, LO STATO PURE”. È un titolo chiaramente suggerito dall’esasperazione di una città sottomessa al pizzo, all’omicidio e alla bomba. Ma non è del tutto realistico. Dispiace sempre citarsi, ma sono costretto a farlo perché per tre anni e mezzo – dal gennaio 2014 al luglio 2017 – ho fatto parte della macchina dello Stato in quanto sono stato il Questore della provincia. E se uno fa il Questore di un territorio così difficile, non può sottrarsi al dibattito.

CAPITANATA, LA MAFIA E’ INVISIBILE, LO STATO PURE. SCRITTO NEL 2017 EPPURE ATTUALEdi Raffaele VesceraLa strage di…

Pubblicato da Raffaele Vescera su Martedì 7 gennaio 2020

Perciò credo giusto dire ciò che ho visto con i miei occhi. Lo Stato c’era e c’è, a Foggia e provincia. Le centinaia di arresti fatti in questi anni e le decapitazioni di gruppi di killer foggiani e garganici sono state costanti. Ma non bastava e non basta. Perché lo Stato che si è visto è stato quello del territorio, mentre quello romano è stato assente. Per ottenere rinforzi concreti per le forze dell’ordine, chi scrive ha scritto appunti ai vertici del Viminale, è andato a Roma a battere i pugni, ha combattuto con veemenza, anche eccessiva, nelle commissioni parlamentari, di cui una sui reati contro i pubblici amministratori e ben due antimafia.

Non ero solo, in questa lotta. Con me c’erano i Prefetti, il Procuratore della Repubblica, il Comandante provinciale dei Carabinieri. Eravamo una squadra autorevole e con la schiena dritta che pretendeva l’attenzione che meritava il nostro territorio. Abbiamo partecipato, nell’autunno del 2014, a due incontri al Viminale, in uno dei quali cui era presente l’allora ministro Alfano con il suo capo di gabinetto, l’attuale ministra dell’Interno Lamorgese. C’erano anche il Capo della Polizia e il Procuratore Nazionale Antimafia. Esito di queste battaglie, comprese quelle nelle commissioni parlamentari? Eccolo: “Certo, la situazione è terribile. Avrete nostre notizie”. Era il 2014, ma è stato necessario aspettare la strage di San Marco in Lamis nell’agosto del 2017 (preceduta, fin da maggio, da otto omicidi di stampo mafioso) per vedere qualcosa muoversi.

Come sempre, in questo Paese la politica si organizza solo quando avviene il fatto gravissimo. Ricordate Falcone e Borsellino? Ma se mandate sul territorio istituzioni autorevoli come, mi si permetta, lo siamo stati noi e lo sono quelle attuali, perché dovete aspettare sempre il grave fatto di sangue per muovervi? Subito dopo la strage di San Marco, infatti, il ministro dell’Interno ha presieduto un comitato nazionale a Foggia e si è deciso di creare il reparto dei Carabinieri paracadutisti dei Cacciatori di Puglia. Poi, aderendo a una richiesta del sindaco, a San Severo è stato istituito il Reparto Prevenzione Crimine della Polizia. Sono stati anche inviati consistenti rinforzi per i reparti investigativi. Perciò, quando si vuole si può. Ci si poteva pensare prima? La risposta è: sì.

La storia non cambia. Infatti dopo l’inizio di fuoco del 2020 e la marcia dei 20.000 di ieri, anche questa volta lo Stato centrale dà segni di vita dopo eventi clamorosi. L’M5S ha chiesto una sezione della Dia a Foggia, e probabilmente verrà istituita. Potrebbe essere solo una risposta politica a una richiesta politica. Il Movimento potrà dire di aver portato a casa una vittoria e il governo potrà dire di aver dato ascolto alle istanze del territorio. Ma la Dia, che è un prezioso organismo di analisi, non basta. Fatevi un giro su Google, e vedrete che la maggior parte delle operazioni antimafia sono state messe a segno dal Ros dell’Arma e dalle Squadre Mobili della Polizia. Quello che serve davvero è un gruppo di sbirri che giri per le strade, che controlli auto e persone, che faccia perquisizioni e intercettazioni telefoniche, che si faccia dei confidenti fra i giovani malavitosi dei quartieri a rischio. In realtà bisogna creare un gruppo interforze di poliziotti, carabinieri e finanzieri che, sotto la direzione di pm della DDA con gli uffici a Foggia, si occupi esclusivamente della lotta alla criminalità mafiosa.

Sia chiaro, questo dovrebbe accadere in tutti i territori in cui c’è la criminalità organizzata, prima fra tutti la Calabria della ‘ndrangheta, ormai pericolosissima a livello mondiale perché infiltrata ovunque. Purtroppo, però, nel corso degli anni l’attenzione della politica nei confronti della mafia, che è una delle tre piaghe del Paese (con la corruzione e l’evasione fiscale) è gravemente scemata. Le mafie, eccetto quella foggiana, sono andate sott’acqua e non sparano più, compresa la Sacra Corona Unita del Salento. Quindi, se da un lato sono considerate una sorta di inevitabile marchio del nostro Paese, dall’altro sono impalpabili, non si vedono. E se una cosa non si vede, in cabina elettorale non serve. Gli immigrati invece si vedono eccome, quindi, per ottenere voti, la politica di questi anni si accanisce in grida contro o a favore di povera gente disperata. È squallido, ma è così.

Ci si dimentica infatti dei 350 miliardi all’anno di Pil che mafie, evasione fiscale e corruzione rubano al Paese. La criminalità organizzata foggiana si può battere, è ancora giovane e un’azione incisiva ai massimi livelli può in qualche anno tagliarne i tentacoli in modo definitivo. Una popolazione colta ma sfibrata come quella di Foggia e della sua provincia lo meritano, e la marcia di ieri è il segno che i foggiani onesti non solo sono tantissimi, ma anche che finalmente hanno alzato la testa. Ora però la testa devono alzarla la politica locale, imponendo dei modelli di comportamenti improntati all’onestà e al coraggio, e quella nazionale. Non bisogna aspettare un’altra tragedia per ottenere i mezzi necessari per contrastare le mafie in modo efficace. Non dobbiamo attendere altre marce di gente esasperata. Lo Stato tutto questo lo sa da anni. E, per provvedere, una politica degna di questo nome non aspetta altre marce o, peggio, altro sangue innocente: ci pensa prima.

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