Qui la prima parte

Valentin Yumashev vent’anni fa era uno dei consiglieri di Boris Eltsin, il primo presidente della Federazione Russa. Pochi giorni fa, intervistato dalla Bbc, ha rivelato che Eltsin, prima di dimettersi, chiese “una sola cosa” a Vladimir Putin: “Prendersi cura della Russia”. C’è molta retorica patriottica, in questa rivelazione che sembra uscita dall’ufficio delle pubbliche relazioni del Cremlino. Infatti l’ex consigliere smentisce che Eltsin e Putin si sarebbero messi d’accordo sul ricambio dello staff presidenziale, compreso il patto di garantire al capo dello stato dimissionario e ai membri della sua famiglia la sicurezza e l’impunità, in caso di inchieste imbarazzanti: “Sono affermazioni senza né capo né coda”, poiché con il nuovo presidente tutto si sarebbe azzerato. Invece, per avvalorare la sua “rivelazione”, Yumashev ha insistito nel sottolineare come Putin abbia mantenuto la parola data a Eltsin: sotto di lui, infatti, la situazione economica della Russia è migliorata, così come la stabilità politica e il peso politico internazionale di Mosca.

In effetti, si può dire che sia andata così: la leadership di Putin è andata via via consolidandosi, incontrastata ed egemonica. Chi ha osato opporsi, ha pagato con la galera, con l’esilio, con l’emarginazione, e spesso con la vita. In cima alla sua “verticale del potere”, l’ex spia del Kgb si installa ufficialmente il 7 maggio del 2000 quando giura solennemente come presidente della Federazione Russa, dopo aver vinto al primo turno le elezioni col 52,2% dei voti, relegando alle spalle Ghennadi Zjuganov, il rivale principale, leader dei comunisti.

In Cecenia l’esercito russo scatena bombardamenti massicci e devastanti sulla capitale Grozny; le offensive contro i separatisti sono spietate e sanguinarie. Furono i reportage sconvolgenti di Anna Politkovskaja a svelare le atrocità, i crimini contro la popolazione civile e le sistematiche violazioni dei diritti umani da parte dell’esercito russo e del governo. Violazioni, soprusi e corruzione che avevano infettato la Russia.

Gli articoli di Anna pubblicati dalla Novaja Gazeta e i suoi libri (da non perdere Cecenia, il disonore russo) le procurarono minacce di morte. Nel settembre del 2004, mentre era in volo, subì un tentativo di avvelenamento, dopo aver bevuto un tè. L’aereo tornò indietro e lei venne portata in ospedale. Ma sull’episodio calò il mistero. Un anno dopo, nel corso di una conferenza a Vienna organizzata da Reporter Senza Frontiere, lei disse che si sentiva come una reietta, perché aveva osato raccontare quello che vedeva e veniva a sapere.

In Russia, il mestiere del giornalista era pericoloso: “Certe volte le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano. Infatti una persona può perfino essere uccisa semplicemente per avermi dato una informazione. Non sono la sola ad essere in pericolo e ho esempi che lo possono provare”. È il dicembre del 2005. Gli strali della giornalista puntano spesso in alto, al Cremlino, al regime putiniano. È una spina nel fianco. Soprattutto perché macchia l’immagine che il presidente russo proietta nel resto del mondo e ne mina la statura di leader internazionale.

Undici mesi dopo l’ammazzano nell’androne di casa, quando sta per montare in ascensore. Diceva d’essere una cronista, non un magistrato inquirente: “Una che descrive ciò che succede a chi non lo sa”. In redazione, i colleghi della Novaja hanno lasciato la sua stanzetta com’era il giorno che morì. C’è sempre una rosa rossa, a ricordare il suo sacrificio.

Avversari e oppositori spariscono brutalmente. Succede all’uomo più ricco di Russia, l’imprenditore Mikhail Khodorkovskij, padrone del gruppo petrolifero Yukos, che aveva foraggiato alcuni media ostili al Cremlino. Nell’ottobre del 2003 l’oligarca viene arrestato mentre scende dal suo aereo personale, per frode fiscale. Le azioni della Yukos precipitano. Khodorkovskij viene processato – la sentenza era scontata… – e condannato nel 2005 a nove anni. La compagnia finisce in bancarotta: nel 2010 nuovo processo e nuova condanna, stavolta carcerazione dura in Siberia sino al 2017. Nel frattempo la compagnia è smembrata e gli asset principali sono preda della Rosneft, vicina al Cremlino.

Fu chiaro a tutti che si trattò di un processo politico, perché Khodorkovskij aveva criticato apertamente la corruzione dell’apparato governativo, e, di conseguenza, sconfessato il ruolo di Putin. Il regime non poteva tollerare un “insider” del potere russo. Doveva essere zittito. La lezione impartita avrebbe “educato” gli altri oligarchi che si fossero messi in testa di emulare Khodorkovskij. I padroni assoluti del Paese capirono l’antifona, accusarono il colpo e si accontentarono di gestire i loro affari senza più interferire col Cremlino, anzi, dimostrandogli fedeltà e comunanza d’intenti. Si rinnovava la tradizionale sottomissione al potere centrale, leit motiv della storia russa.

Tutto deve restare sotto controllo della presidenza, questo il principio base della dottrina putiniana: i governatori locali sono inquadrati e non devono sgarrare; gli oligarchi sorvegliati; l’opposizione messa all’angolo, perseguitata, repressa; la Russia deve essere forte territorialmente ed economicamente; la “nuova” Russia è portatrice di valori tradizionali e patriottici, la religione ortodossa è uno degli strumenti che saldano passato e presente, il nazionalismo sollecitato da Putin diventa un’arma politica ed economica.

Quanto alle relazioni internazionali, dopo un’apparente tregua con l’Occidente, Putin manifesta la dottrina “multipolare”, nega legittimità agli Stati Uniti quale iperpotenza globale e, soprattutto, contesta la Nato: non la vuole – ed è comprensibile – alle porte della Russia. In questo, manifesta dissenso nei confronti dell’Europa dalla quale si sente tradito. La vicenda dell’avvelenamento col polonio 210 di Alexander Litvinenko, l’ex colonnello del Kgb che si era rifugiato a Londra, è il sintomo di questa divergenza radicale: le relazioni con i Paesi europei diventano conflittuali. Al punto che Putin si fa paladino dei vari movimenti localisti, per destabilizzare l’Ue: finanzia le destre sovraniste e antiEuro, attacca la Georgia per difendere i separatisti dell’Ossezia del Sud e dell’Abkazia, che pone sotto il suo ombrello militare. Aiuta la ribellione armata del Donbass contro Kiev, annette la Crimea, va in soccorso di Damasco e diventa il burattinaio della crisi mediorientale, appoggia l’Iran e stringe alleanza con Erdogan, causando imbarazzi e problematiche strategiche nella Nato, visto che la Turchia ne rappresentava il pilastro orientale, la sentinella del Caucaso. E adesso, i tentacoli putiniani sono arrivati in Libia. Il sogno di sempre della Russia imperiale e sovietica: il Mediterraneo.

Senza dimenticare il progetto neoimperiale dell’Eurasia che altro non è che il tentativo di sganciare l’Europa dall’Occidente politico-militare-culturale, scippandola all’egemonia americana (come mi spiegò un anno fa, quando l’ho intervistato a Milano, il filosofo politologo Alexander Dugin, fondatore del partito nazionalbolscevico e teorico della “quarta teoria politica”, la metafisica del populismo, né di destra né di sinistra, che in sostanza rivendica il sovranismo delle identità locali e dei popoli). Dulcis in fundo, altro schema adottato da Putin è quello che pone la Russia come “eterno bastione” per la difesa della cristianità.

Un disegno elaborato e rilevante, contrappunto da eventi simbolici e da una propaganda martellante. La concezione della sua leadership totalitaria – con annesso culto della personalità a volte imbarazzante (Putin che pilota un jet, Putin a dorso nudo mentre cavalca, o pesca salmoni, o va a caccia; Putin judoka; Putin hockeista; Putin sciatore lo conobbi nel 2001 a St-Christophe, in Austria..; Putin e la tigre dell’Altai; Putin che prega; Putin che mette in riga l’Occidente, etc.) – ha bisogno di aggressività rivolta all’esterno, per dirottare eventuali tensioni interne, come le manifestazioni di protesta per la riforma delle pensioni, o per le importazioni d’auto coreane e cinesi (a Vladivostok), o la stagnazione economica che tanto ricorda gli anni brezneviani.

Un mese fa due istituti demoscopici (il Centro Carnegie e l’istituto Levada di Mosca, spesso criticati dalla nomenklatura) hanno rilevato in un sondaggio parecchio malcontento. I russi che desiderano un drastico cambiamento sono passati dal 42% riscontrato nel 2017 al 59% dello scorso novembre. Il 52% dei 1600 intervistati dice che le riforme saranno possibili solo se il sistema politico cambierà seriamente, appena l’8% vuole che invece non cambi nulla (significativo il dato che, in questo ambito, riguarda Putin: lo apprezza il 16%, due anni fa erano il 25%). Il 74% chiede un governo più attento all’economia e al controllo dei prezzi.

Il nodo dell’economia è basilare, e questo Putin lo sa benissimo, tanto che ha sospeso le restrizioni sulla politica monetaria e fiscale, mentre la banca centrale ha tagliato i tassi d’interesse e il governo ha aumentato la quota relativa al welfare. E tuttavia, l’economia è in grosso affanno. Lo stesso Putin, all’ultimo congresso del suo partito Russia Unita (fine novembre 2019), affrontando la spinosa questione delle difficoltà economiche e dell’aumento dell’età pensionabile, ha incitato i duemila funzionari di partito a rimboccarsi le maniche. Cominciate a “rispondere ai problemi della gente”, assumetevi le responsabilità, risolvete “le questioni scottanti”, perché “non posso essere sempre io a risolvere ogni problema”.

Russia Unita ha perso consensi, e pure Putin nei sondaggi, ha visto calare la popolarità: dopo l’annessione della Crimea, nel 2014, sfiorava il 90%; all’inizio del 2019 era scesa al 64% (in questi giorni veleggia sui 70, dopata però da alcuni eventi). La spettacolare inaugurazione del ponte ferroviario che collega la Crimea a Mosca. L’annuncio che la Russia dispone del Poseidon, il gigantesco sottomarino invisibile ai sonar, al riparo da ogni sistema di difesa, capace di scatenare lo “tsunami nucleare”. Per non parlare di un’altra superarma, il missile ipersonico Avangard che viaggia a una velocità 27 volte superiore a quella del suono e può disintegrare qualsiasi metropoli senza essere intercettato. Insomma, sfruculiando la fierezza dei russi e rispolverando la collaudata politica dei muscoli, giustificata dalla sindrome dell’accerchiamento, Putin ha rinnovato il mito dell’uomo forte a capo di un Paese ancor più forte, che, grazie a lui, si fa rispettare nel mondo. Un déja-vu.

Già. Per alcuni analisti delle cose russe – un tempo c’erano i cremlinologi… – Putin è un cocktail di Breznev e Krusciov, aggiornato al tempo del web e al potere mediatico. Per consacrare a livello internazionale la propria immagine di uomo forte ma votato alla causa del benessere e della sicurezza dei russi, nel 2014 celebra i Giochi Olimpici Invernali a Soci, sul Mar Nero, ai piedi maestose montagne che sfiorano i quattromila metri. Una sorta di Rimini, in basso, e di Sestriere in alto. Ma queste Olimpiadi verranno seriamente macchiate dalla rivelazione dell’esistenza di un programma di doping di Stato degli atleti russi, e oggi Mosca paga con l’esclusione per quattro anni dai Giochi e dalle competizioni internazionali. Meglio gli va coi Mondiali di calcio del 2018, anche perché l’ordine che impartisce è di mostrare una Russia amichevole, accogliente e più permissiva. Pochi mesi prima aveva conquistato col 76% il quarto mandato presidenziale: i primi due dal 2000 al 2008, poi il tandem con Dmitri Medvedev (si scambiarono i ruoli), imposto dalla Costituzione che vieta più di due mandati consecutivi. Ritornato al Cremlino, Putin fece modificare la lunghezza del mandato da 4 a 6 anni. E ora pare che voglia far modificare la clausola dei due mandati consecutivi.

Con un certo falso pudore, Putin ha cercato di minimizzare, lasciando intendere che il controllo di legittimità costituzionale è ancora in essere: “Non si possono pigliare decisioni affrettate. Il dibattito è in corso, la materia è delicata, sto seguendo lo sviluppo delle discussioni…”. I giornali russi hanno riportato varie proposte. Il presidente della Duma, Vjaceslav Volodin, per esempio, ha ipotizzato un Consiglio di Stato riformato a capo del quale ci vedrebbe appunto Putin, sul modello di quel che c’è in Cina. C’è chi parla di unificazione con la Bielorussia e quindi Putin potrebbe diventare il presidente di una nuova entità.

Peccato che lo sviluppo della Russia non sia stato pari a quello delle ambizioni e dei successi internazionali. Un limite che potrebbe creare grossi problemi, secondo Dmitri Trenin, direttore del Carnegie Centar di Mosca. Il regime autoritario non è capace di gestire le immense risorse del Paese, le scelte di Putin favoriscono la stabilità politica non lo sviluppo economico, tantomeno quello sociale. I siloviki, gli uomini degli apparati di forza – la casta che controlla il regime e affianca Putin – servono “solo le esigenze di una élite, sfruttando le risorse del Paese per i suoi scopi”, ha dichiarato all’Espresso lo scorso novembre. Qualsiasi cambiamento economico è visto come un rischio per l’equilibrio politico, ossia per la sopravvivenza “della classe dominante”.

E così, alla fine, Putin fa quello che hanno sempre fatto gli “uomini forti” dei regimi autoritari: esibire i muscoli. Dirottare le tensioni interne. Attizzare il nazionalismo. Sfidare l’Occidente, a piccoli ma graduali passi. Ragionare cioè in termini di zone d’interesse e d’influenza. L’Europa, in questo gioco, purtroppo è vincolata dalla dipendenza energetica verso Mosca che le fornisce il 40% del fabbisogno di gas. Un tempo, tutte le vie portavano a Roma. Oggi, tutti i viadotti portano a Mosca. Che si comporta come Washington. Perché è stufa di sentirsi definire “Potenza povera”, come la battezzò quasi trent’anni fa lo storico Georges Sokoloff.

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