L’Ebola avanza nella Repubblica Democratica del Congo: 131 morti e oltre 500 casi sospetti. L’Italia attiva le misure di vigilanza
Centotrentuno morti e oltre 500 casi sospetti. L’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo fa tremare l’Africa mentre anche l’Italia si muove decidendo di attivare misure di vigilanza. In base a quanto rilevato dai Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie, il virus Bundibugyo si è diffuso – con due casi confermati e un decesso – anche nel vicino Uganda a Kampala. In base alle raccomandazioni del Gruppo consultivo di emergenza (Ecg) , la situazione autorizza l’organizzazione Africa Cdc – Centres for Diseade Control and Prevention – a guidare e coordinare le risposte al virus.
Sarà intanto convocato il comitato di emergenza dell’Organizzazione Mondale della Sanità (Oms) per valutare l’epidemia: secondo quanto dichiarato del direttore generale dell’organizzazione si tratta di un’emergenza di sanità pubblica continentale. C’è profonda preoccupazione per l’alto rischio di diffusione regionale – ha dichiarato l’Africa Cdc – ciò è dovuto all’intenso movimento transfrontaliero di persone, alla mobilità legata alle attività minerarie, all’insicurezza nelle aree colpite, alla debolezza delle misure di prevenzione e controllo delle infezioni, ai decessi nella comunità che si verificano al di fuori dei sistemi sanitari formali e alla vicinanza delle aree colpite al Ruanda e al Sud Sudan”.
Il direttore generale dell’Africa Cdc Jean Kaseya ha pertanto espresso “una volontà collettiva e le nostre risorse per agire rapidamente e con decisione” sottolineando come la “sicurezza sanitaria dell’Africa è indivisibile”. Pertanto l’agenzia africana ha già schierato esperti multidisciplinari, tra cui specialisti in epidemiologia, prevenzione e controllo delle infezioni, sistemi di laboratorio, comunicazione del rischio, logistica e coordinamento delle emergenze, mobilitando internamente 2 milioni di dollari Usa per sostenere la risposta continentale.
Intanto è appena stata disposta una circolare dal ministero della Salute per cui “in considerazione delle attuali incertezze riguardo alla grandezza e alla diffusione geografica, si ritiene necessario applicare le misure di vigilanza nei confronti del personale di organizzazioni governative, non governative, e cooperanti, impiegati nel Paese interessato dal focolaio, provenienti da tutti i territori della Repubblica democratica del Congo e dell’Uganda”.
Nel documento vengono allegati un modello di dichiarazione sanitaria – da sottoscrivere a cura del responsabile dell’organizzazione – e una scheda anamnestica per la registrazione dei dati dello screening primario, da compilare direttamente dalla persona in arrivo e dal medico dell’Ufficio di sanità marittima, aerea e di frontiera Usmaf-Sasn territorialmente competente.
Alcune misure protettive specifiche sono state adottate anche dagli Stati Uniti con la sospensione del diritto di ingresso nel Paese ai cittadini non americani che negli ultimi 21 giorni sono stati nelle aree colpite da ebola. Il provvedimento – emesso dai Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) – entrerà in vigore per i prossimi 30 giorni ed è giustificato con la necessità di “proteggere la salute degli Stati Uniti dal grave rischio rappresentato dall’introduzione della malattia da virus ebola negli Stati Uniti da parte di questi stranieri“.
“L’Africa Cdc riconosce pienamente la responsabilità sovrana di ogni governo di proteggere la salute e la sicurezza del proprio popolo – ha fatto sapere l’organizzazione in una nota – ma l’esperienza ha dimostrato che forti restrizioni ai viaggi e chiusure delle frontiere spesso offrono benefici limitati per la salute pubblica, creando al contempo significative conseguenze economiche, umanitarie e operative”. La risposta critica dell’Africa Cdc agli Stati Uniti è stata dunque: “L’Africa ha bisogno di solidarietà, non di stigma“.
Della stessa posizione è anche l‘Oms: “Nessun Paese dovrebbe chiudere le proprie frontiere o imporre restrizioni ai viaggi e al commercio verso la Repubblica Democratica del Congo o l’Uganda. Tali misure vengono solitamente adottate per motivi di paura e non hanno alcun fondamento scientifico. Esse spingono la circolazione di persone e merci verso valichi di frontiera informali non controllati, aumentando così il rischio di diffusione delle malattie”.