Se Immigrato, il video-trailer lancio di Tolo Tolo aveva urtato la vostra sensibilità sul tema dei migranti, allora il nuovo film di Checco Zalone vi farà trasalire. Migranti sul barcone travolti dalle onde che, finiti in acqua, danzano coreografie alla Esther Williams. Migranti con addosso le coperte termiche e Zalone di fianco che le usa per riflettersi il sole sul viso. Migranti assegnati nei paesi europei dopo l’estrazione delle palline con bimbo africano bendato. Per non parlare del protagonista Checco che in piena Africa nera dentro la testa sente echeggiare la voce del Duce che fa proclami sulla razza. Quanto Checco Zalone, o Luca Medici, sappia cavalcare il tema dei temi della cronaca italiana, razzismo più immigrazione, è semplicemente incredibile. Il suo Tolo Tolo, quinto film da protagonista assoluto, primo con lui alla regia e Paolo Virzì – e non più Gennaro Nunziante – allo script, sguazza con spregiudicata follia nel politicamente scorretto da fare impressione. Niente più minoranze di genere al centro del mirino del sua comicità. Stavolta è il turno del bersaglio grosso. L’argomento di cui tutti parlano, dai bar al Parlamento: i migranti, gli immigrati, gli africani sui barconi. Una intromissione surreale a gamba tesissima, priva di freni etici, zeppa di numeri modello musical, dove le battute e le situazioni comiche si susseguono con un ritmo forsennato. Zalone sembra sempre voler sbatterci in faccia e titillare quel sottofondo qualunquista e rozzo che alberga disordinatamente nelle masse italiane. E proprio là dove comici come Antonio Albanese e Aldo Baglio (Contromano, Scappo a casa) si erano impantanati modello marines nella giungla del politicamente corretto, tirando via la mano senza aver oltretutto gettato mai un sasso, ecco che il discolo Zalone affronta le ritrosie e gli imbarazzi culturali sul tema del razzismo, sorpassando i colleghi perfino con un’agilità espressiva fino ad ora mai rilevata nella sua filmografia (Sole a Catinelle o Quo Vado? faranno ridere ma non si guardano).

L’oramai maschera sfibrata di Checco (Luca Medici), il solito meridionale piccolo borghese, sgrammaticato e volgare, un furbo ingenuo, in conflitto aperto con burocrazia e fisco, qui in versione “sognatore”, apre un ristorante sushi in piena Spinazzola facendo accumulare debiti ad uno stuolo inviperito di parenti (tra questi il cantante Nicola di Bari). Finisce fallito e non gli resta che diventare tuttofare in un resort africano, cameriere bianco tra camerieri neri, quel Tolo Tolo “granello di sale in un mondo di cacao” (come è scritto nella sinossi ufficiale) al soldo di un’arianissima Barbara Bouchet. Niente paura di spoiler. Sono passati solo dieci minuti di film. Titoli di testa sulle note di Vagabondo dello stesso Di Bari, e Checco, vestito firmato dalla testa ai piedi, ossessionato da una cremina antirughe che in Africa non vendono da nessuna parte, si ritrova in mezzo alla guerra per bande. Qualcuno parla dell’Isis, ma qui c’entra poco. La miccia che fa detonare il racconto è quella della fuga verso l’Italia. Gli amici africani, tra cui una bella fanciulla con il figlioletto, non possono più stare lì. Parte così anche Checco a cui, tra mille ridicoli agi e parecchi inconvenienti (la diarrea, per stare sul sicuro), si para davanti il difficile ritorno tra la traversata nel deserto e quella terribile del Mediterraneo.

Ovviamente la materia delicatissima della migrazione in mano a Zalone (e Virzì) scivola completamente nella farsa. Ogni segno reale del tragico si trasforma in segno sovraccarico del comico. Gli equivoci verbali, quelli più spinti a livello razziale (il bambino nero che dipinge chiamato Neruda, per dire) forzano la risata facile e troglodita, quando invece ci sono intere sequenze non sense, vagamente demenziali (il sogno di un Italia tutta in nero sulle note di Mino Reitano e l’apnea martellante della traversata del Mediterraneo non lasciano un minuto di tregua), dove l’effetto comico è più strutturato e ficcante. La differenza così la fa per una volta lo Zalone mattatore, facendosi un tantino da parte (nella sequenza dell’incontro con il reporter francese Checco quasi sparisce) per mostrare qualcosina in più della storia. Un po’ più di cinema in senso lato (vedi gli intermezzi musical, tra cui quello sessista sulla gnocca, e tenetevi forte una citazione pedissequa da Salvate il soldato Ryan di Spielberg) e un po’ meno ego nel senso di Luca Medici in primo piano.

Ed è qui che rispondiamo all’interrogativo tormentone: ma Tolo Tolo fa ridere? Senz’altro. Anche se non capiamo fino in fondo quanta volontarietà ci sia esattamente nell’attuale paraculismo destra/sinistra italiana in Zalone. Lo sdoganamento critico dopo Quo Vado della gauche caviar cinefila, il peana pro Renzi e Berlusconi dell’ultima intervista rilasciata al Corriere, come l’essere diventato bandiera liberatrice del popolo leghista, sembra propendere per uno Zalone che cucina una ricetta alto/basso studiata a tavolino per accontentare un po’ tutti i gusti. Così quando sbuca la battuta in cui un migrante parla con il Checco/Mussolini, lassù su quel tetto sovraccarico del pullman nel deserto, con l’uomo a dirgli che il fascismo con lo stress esce in tutti noi e Zalone risponde “come la candida”, la doppia lettura politica (l’alleggerimento del tema delicato buttato in caciara da una parte, il paragone pestilenziale e colpevole dall’altra) accontenta vagamente detrattori storici e amanti viscerali, rischiando paradossalmente di non accontentare appieno nessuno dei due. Anche se la vera scommessa, quando dal primo gennaio 2020 Tolo Tolo uscirà in oltre mille sale italiane, sarà come risponderà il pubblico ad un tema così delicato. Avrà voglia di riderci senza freni o lo eviterà a priori, a prescindere che a trattarlo sia Zalone? I 65milioni di euro d’incassi, il record di Quo Vado di quattro anni fa, oscillano nel vento della storia del box office italiano. E Tolo Tolo nella sua fin troppo elaborata strutturazione, riuscirà a fare il bis?

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