Cinema

Cannes 2026 e il miraggio della parità di genere: solo 5 registe su 22 film in Concorso, che fine ha fatto l’impegno per l’inclusività?

A otto anni dal celebre red carpet del collettivo 50/50, il traguardo dell'equità resta lontano. La Selezione Ufficiale sale al 34% di presenze femminili, ma Berlinale e Sundance fanno meglio. Il premio a Margherita Spampinato e il rischio di confondere l'obiettivo industriale con il dibattito ideologico

di Federico Pontiggia
Cannes 2026 e il miraggio della parità di genere: solo 5 registe su 22 film in Concorso, che fine ha fatto l’impegno per l’inclusività?

Sono passati otto anni, ma ce lo, anzi, ce la ricordiamo benissimo: la parità di genere si issava sulla Montée des marches, il red carpet di Cannes. Sui rossi gradini ecco la compianta Agnès Varda, ecco Ava DuVernay, e Cate Blanchett, ecco Kristen Stewart, e per i nostri colori Jasmine Trinca, Alba Rohrwacher e l’indimenticata Claudia Cardinale. Tutte lì a dire che un altro mondo era possibile, che la gender inequality nella film industry globale andava abbattuta, e che il futuro prossimo avrebbe esaudito.

Il delegato generale del festival, Thierry Fremaux, siglò un accordo ad hoc con il collettivo francese 50/50, per implementare l’eguaglianza, adiuvare l’inclusività, provvedere studi e statistiche al riguardo: bandiera rosa la trionferà, e lo pensavano tutte e tutti. Quell’anno le donne in Concorso furono tre, nel 2025 sono state – è il record – sette, quest’anno cinque su ventidue titoli per la Palma. Poco, pochino, pochissimo? Interpellato, Fremaux ha detto l’ovvio, che però forse tanto ovvio non è, e di certo è spigoloso: “I film sono scelti per la loro qualità, non per il genere dei loro registi”.

Non per buttare la palla in tribuna, ma per non consegnarsi al sesso unico, c’è chi guarda un tot di lato: le giurie di Cannes dal 2011 hanno trovato un equilibrio di genere, parimenti dal 2013 i presidenti si sono bilanciati, e il comitato di selezione, che adiuva Fremaux nella composizione del cartellone, è attualmente composto da cinque donne e quattro uomini. C’è anche una buona notizia dalla Selezione ufficiale: la percentuale di donne dietro la macchina da presa è del 34%, +8% sul 2025. Comunque lontani dall’intenzionale e programmatico 50% qui tenuto a battesimo, lontani dalle nove registe su ventidue titoli dell’ultima Berlinale, lontanissimi dal 70% di film a regia femminile allo scorso Sundance. Attenzione, il festival che fu di Redford è un’eccezione nel panorama americano, dove la sperequazione di genere morde: nel 2025 considerando i primi cento incassi dell’anno le registe nel novero sono state appena l’8,1%, il dato più basso degli ultimi sette anni.
C’è un problema collegato, ovvero una falsa (as)soluzione: fare della parità non (più) un obiettivo industriale, ma un argomento di discussione, una occorrenza poetica, il titolo di un panel.

A Cannes il programma Women In Motion di Kering intende dare visibilità alle donne nel mondo dell’arte e della cultura, al fine di cambiare la mentalità e combattere la disuguaglianza di genere: benissimo, tutte e tutti ordunque a convegno “paritetico”, e qualcuna a premio – il talento emergente di quest’anno è la nostra Margherita Spampinato, laureata ai recenti David di Donatello per l’esordio Gioia mia. Ma l’evoluzione, anzi, l’involuzione più perniciosa riguarda i film. Non tanto perché il dubbio che in Concorso ci siano delle donne e non delle registe, seppure solo cinque, è infido, non tanto perché sanzionare a valle la disparità a monte è pindarico, e perfino colpevole, ma perché appunto la mancata parità diventa mero spunto e sviluppo di – diciamo così – analisi.

Sicché per El ser querido di Rodrigo Sorogoyen ci si straccia le vesti, attenzionando il poco padre e molto padrone incarnato da Javier Bardem, un tipino non fino che ha angariato cast & crew per una vita intera e che ora maramaldeggia da regista di culto qual è pure sulla figlia, a lungo abbandonata e ora “recuperata” quale attrice. Va da sé che stigmatizzare questo patriarcato poetico, nel senso di racconto cinematografico, è nella migliore delle ipotesi ipocrita, di certo una fuga dalla realtà. Se il 50/50 è un obiettivo irrealizzabile, che problema c’è: ideologizziamo, e prendiamocela con Bardem.

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