Cinema

Cannes 79, alieni splatter e Resistenza francese: “Hope” divide la Croisette, “Nemes” torna alla Seconda guerra mondiale

Il sudcoreano Na Hong-jin porta in concorso un monster movie tra videogame e follia coreana con Michael Fassbender e Alicia Vikander “nascosti” sotto le creature aliene. Più classico e austero il ritorno di László Nemes con “Moulin”

di Anna Maria Pasetti
Cannes 79, alieni splatter e Resistenza francese: “Hope” divide la Croisette, “Nemes” torna alla Seconda guerra mondiale

Giro di boa al 79° Festival di Cannes, con il concorso e le altre sezioni entrati nel vivo. E, a emergere in questo turning point è il film che non ci si aspettava in competizione. Si tratta di Hope scritto e diretto dal sudcoreano Na Hong-jin, una fanta-commedia ambientata in un futuro distopico della durata di ben 2 ore e 40 minuti la maggior parte dei quali occupati in vorticosi inseguimenti tra la polizia locale e dei giganteschi mostri alieni.

Puro intrattenimento in corsa per la Palma d’oro? Ebbene sì. Il direttore artistico Frémaux ha voluto stupire e “sdoganare” una sorta di enorme videogame di puro gusto coreano e quindi ben condito di splatter, urla, follia. Certamente il connazionale presidente di giuria Park Chan-wook si farà quattro risate e comprenderà “cose” a noi occidentali inaccessibili, ma il fatto resta che un’opera “di genere e del genere” alcuni anni fa non avrebbe mai avuto accesso al concorso ufficiale, il sancta sanctorum del cinema d’autore.

Se la cinefilia radicale (e snob) ha storto il bocca, quella più nerd ha gradito assai, addirittura urlando a “Palma d’oro subito!” durante la proiezione per la stampa. Di trama, in effetti, il film ne articola ben poca: la foresta vicino alla cittadina marittima e turistica di Hope è presa d’assalto da creature aliene orripilanti. Gli agenti e i cacciatori locali provano a ucciderli, ma a loro volta sono costretti a sfuggire dalle loro grinfie. La scoperta bizzarra è che a “incarnare” il maschio e la femmina principali delle creature aliene sono due attori serissimi e pluripremiati come Michael Fassbender e Alicia Vikander (coppia anche nella vita), felicissimi di presenziare alla premiere di Hope sulla Montée des Marches.

Ben più impegnato, e perfettamente aderente alla linea autoriale da festival, è stato invece il nuovo film dell’ungherese László Nemes, che ricordiamo vincitore del premio Oscar per Il figlio di Saul. Moulin, titolo eponimo al suo protagonista, è il racconto degli ultimi giorni della vita di Jean Moulin, il capo della Resistenza francese assassinato dai nazisti nel 1943. Tornando dunque sugli orrori della II Guerra Mondiale, Nemes su sceneggiatura di Olivier Demangel ha imbastito un noir-spy-prison drama di grandi atmosfere, dotato della regia prodigiosa di cui lo sappiamo capace.

E ha scelto ancora una volta di girare con la pellicola da 35mm facendola illuminare dal talento del sodale Matyas Erdély. E la differenza dal digitale è tutta da godere sul grande schermo. Il problema del testo, tuttavia, è la narrazione stessa. Di Moulin viene detto poco o nulla, egli “accade” sullo schermo e quasi subito viene posto a confronto con l’antieroe del film, il capo della Gestapo di Lione Klaus Barbie, con cui inizia un interrogatorio serrato fino alle note conseguenze. Il film in tal senso appare chiuso, anche “vecchio” nel suo essere quasi un’agiografia del massimo martire della Resistenza transalpina, poco agganciato al presente, poco coraggioso. Ciò detto, Moulin è un period drama di tutto rispetto e i due attori scelti come protagonisti sono strepitosi: da una parte Gilles Lellouche nel ruolo della vita, dall’altra il tedesco Lars Eidinger, interprete versatile e sempre all’altezza.

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