Mario Cavallaro, imprenditore edile e chimico di Belpasso, a Catania nel 2005 ha denunciato i suoi strozzini che avevano chiesto il pizzo, bussando alla porta della sua azienda. Dopo le denunce e gli arresti in flagranza di reato, con gli aguzzini arrestati mentre prendevano i soldi, per Cavallaro iniziano i guai: furti, incendi, danneggiamenti, pestaggi e sequestri (tre volte).

Dalle sue denunce sono stati avviati due processi: uno a Siracusa, a carico del clan Aparo-Trigilio (tutti arrestati durante un blitz) e uno a Catania a carico del clan Santapaola-Ercolano. I due processi sono in corso e, prima di ogni udienza, Cavallaro (testimone di giustizia oggi sotto programma di protezione) subisce una lunga sequela di atti intimidatori, dall’uccisione del cane alle minacce nei confronti della famiglia.

Oltre al danno, la beffa. Adesso, quando i processi scaturiti grazie alle sue denunce sono ancora in corso, si trova anche a dover fare i conti con le conseguenze del fallimento della sua azienda. Il tribunale di Catania, sezione CTU, consulente tecnico d’ufficio richiede una parcella di 3mila euro, cosa che per la legge 44 del 1999 non sarebbe dovuta avvenire in quanto non si possono attivare azioni esecutive nei confronti di soggetti che hanno subito atti legati all’usura e all’estorsione. Lui ha fatto causa contro questo provvedimento ma in attesa dei tempi giudiziari gli hanno pignorato il conto corrente.

Addirittura l’azienda è fallita due anni dopo le sue dimissioni da amministratore, quindi questo pignoramento non ha motivo di esistere per diverse ragioni, infatti la Procura aveva accolto la sua istanza, ma il giudice per l’esecuzione ha agito con il pignoramento. Un problema di comunicazione tra i tribunali che tuttavia è costato caro a Mario Cavallaro.

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