Sono arrivati i facilitatori. Meglio tardi che mai. Facilitare dovrebbe essere infatti l’obiettivo di chiunque. Figurarsi di un movimento che in dieci anni è divenuto la prima forza politica. E’ stata così forte e fatale l’attrazione che i Cinquestelle hanno prodotto nella società che il loro peso specifico è lievitato fino a farsi maggioranza relativa provocando, per paradosso, una penuria delle menti disponibili a realizzare tutte le speranze raccolte, i traguardi garantiti.

Una forza autarchica e autopropulsiva, un omnibus di gente che intrecciava passioni lontane, visioni distanti, esperienze diverse, lasciando che i propri vizi fossero nascosti sotto la virtù collettiva della palingenesi.

Solo che negli ultimi due anni il consenso ottenuto nei precedenti otto è andato sgretolandosi proprio in ragione della virtù primordiale. La virtù si è improvvisamente fatta vizio, la dichiarata disorganizzazione si è trasformata in un bailamme continuo, la differenza di vedute in un contrasto sordo e fratricida. E i sentimenti umani (l’ambizione, la viltà, l’orgoglio, la passione, la speranza) hanno preso il largo, ciascuna per proprio conto, in un mare aperto e sconosciuto.

Ora dunque i facilitatori – che sono 12 più un cerchio ristretto di sei – dovrebbero affiancare il leader, che è chiamato, con un senso militaresco della gerarchia, capo politico. Traducendo: una segreteria allargata, un comitato esecutivo e tante aree di interesse affidate a un gruppo di esperti. Si arriva oggi a ciò che si doveva fare ieri. Ma ieri si riteneva che bastasse l’insuperabile forza del web per dare spinta alla linea dritta della giustizia sociale, dell’equità, della trasparenza.

Arrivato al governo in questa condizione euforica, il movimento ha fatto i conti con gli effetti collaterali della complessità. E ha perso. L’autarchia si è trasformata in anarchia, la generosità in egoismo, la virtù di un tempo in un vizio presente. E’ persino capitato, per fare un esempio, che il candidato alla presidenza di una grande regione qual è la Sicilia, Giancarlo Cancelleri, sconfitto due volte ma per due volte chiamato a gran voce a guidare l’opposizione nel territorio principe della malversazione e della mala amministrazione, trovasse soddisfacente e dignitoso trasferirsi a Roma per occupare un posticino di viceministro. Questa scelta, che segnaliamo tra le tante, è il sintomo più grave della modestia dei propositi, e dimostra che la virtù si trasforma presto in vizio quando non è accudita, disciplinata, sorvegliata.

I facilitatori dovrebbero dunque anzitutto provare a scrivere un prontuario dei comportamenti minimi, un manuale delle buone maniere politiche (e umane), indispensabili alla vita collettiva. E quindi facilitare la conoscenza dei temi, la discussione degli stessi, la parità degli accessi alle decisioni. Obiettivo? Sfondare il bunker nel quale – poco alla volta – un po’ tutti si sono rinchiusi. Obbligarli a uscire all’aria aperta, e tornare ad ascoltare anziché parlare.

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