I sondaggi danno vincitore Boris Johnson. Ma i media britannici ricordano quanto sia incauto affidarsi ai numeri, visto il clamoroso fallimento del 2016, quando Remain veniva dato in vantaggio sul Leave. Non è andata così: i britannici tre anni fa hanno scelto di divorziare da Bruxelles, eppure non se ne sono ancora andati. In mezzo c’è stata la tripla bocciatura degli accordi di Theresa May con la commissione Ue, le sue dimissioni, e un milione di persone in piazza per chiedere di non uscire più dall’Unione europea. Così dalle 7 alle 22 (8-23 ora italiana) tornano alle urne a dicembre, e l’ultimo voto in questo mese nel Regno Unito risale al 1923. Se l’attuale premier vincerà assicurandosi la maggioranza in Parlamento (326 seggi su 650, perché 650 sono i collegi elettorali tra Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord), allora Brexit si farà entro il 31 gennaio. Nel caso di una sconfitta – improbabile – il nuovo governo sotto la guida del leader laburista Jeremy Corbyn potrà rimettere tutto in discussione. Brexit inclusa, con un nuovo referendum.

Secondo gli ultimi sondaggi di YouGov pubblicati dal Guardian, i conservatori sono dati al 43%, i laburisti al 33%, i libdem al 13. Poi Verdi, Scottish National Party (Snp) e Brexit party tutti al 3%, il gallese Plaid Cymru all’1% e altri partiti al 2%. Il punto non è tanto il risultato finale, quanto il margine – i seggi – che i Conservatori otterranno. Con un sistema uninominale maggioritario fare i conti in anticipo è difficile. Secondo le previsioni, i Tories potrebbero ottenere fino a 339 seggi, ma non c’è certezza che possano superare la fatidica soglia dei 326, necessaria per la maggioranza assoluta. Stando sempre agli ultimi sondaggi di YouGov ne andrebbero 231 ai Labour, 41 al Snp, 15 ai LibDem, 4 a Plaid Cymru, 1 ai Verdi. Quelli di Tories e Labour sono due programmi totalmente contrapposti, che potrebbero uscire più sfumati dalle urne, se entrambi i partiti non riuscissero ad ottenere una chiara maggioranza. Il gioco delle alleanze, più facile per i Laburisti che per i Conservatori, porterebbe inevitabilmente i due partiti ad annacquare le loro proposte, col rischio forse di un nuovo stallo parlamentare, come quello al quale abbiamo assistito negli ultimi anni.

Cosa succede se vince Johnson – L’autosufficienza parlamentare è fondamentale per Johnson, se vuole sperare di realizzare il suo mantra elettorale “get the Brexit done“, secondo i termini dell’accordo rinegoziato con Bruxelles. E senza sottostare agli altolà dei precedenti alleati di coalizione, i nordirlandesi del Democratic Unionist Party, in linea di principio contrari alla soluzione raggiunta con la Ue per la questione del confine tra le due Irlande. Proprio l’assenza di una solida maggioranza parlamentare, ereditata da Theresa May, alla quale si è aggiunta la defezione di una ventina di deputati conservatori ribelli anti Brexit, hanno spinto Johnson a chiedere il voto anticipato. Se Johnson, che in campagna elettorale ha puntato tutto sulla Brexit, otterrà una maggioranza in grado di consentirgli tranquilli margini di manovra, l’uscita dalla Ue procederà speditamente. Il Withdrawal Agreement, la legislazione per il distacco da Bruxelles, potrebbe essere approvata entro la fine dell’anno, o al massimo entro metà gennaio. Con la ratifica del Parlamento europeo, il trattato di ‘divorzio’ consentirebbe a Londra di rispettare la scadenza del 31 gennaio. Subito dopo, partirebbero le trattative per negoziare il nuovo accordo commerciale tra Regno Unito e Ue, tenendo a mente che il periodo di transizione – nel quale tutto rimarrà come è adesso – scadrà il 31 gennaio del 2021, al termine del quale scatteranno anche nuove regole su passaporti e visti. Di fronte all’obiettivo principale, la Brexit, poco spazio hanno avuto gli altri impegni elettorali dei Tories. Dall’aumento dei finanziamenti per il Servizio sanitario nazionale, ad una serie di esenzioni per i redditi più bassi, all’assunzione di 20mila nuovi poliziotti.

Cosa succede se vince Corbyn – Lo scenario sarebbe ben diverso in caso di – improbabile – vittoria laburista. Corbyn ha promesso di chiedere una proroga dell’Articolo 50 (un rinvio della Brexit) e che entro tre mesi dal suo insediamento a Downing Street negozierebbe un nuovo accordo con la Ue, che a differenza di quello voluto da Johnson prevederebbe legami più stretti tra Londra e Bruxelles. Una volta chiuso, entro sei mesi il nuovo accordo per la Brexit verrebbe sottoposto al giudizio popolare, con un nuovo referendum, nel quale la scelta sarebbe tra i termini del nuovo trattato e il Remain, la permanenza nella Ue. Il Labour sceglierebbe quale opzione percorrere in un congresso ad hoc, organizzato prima del referendum. Sul fronte interno, il programma del Labour è uno dei più a sinistra degli ultimi decenni. Corbyn ha promesso che nei primi 100 giorni di governo avvierebbe la rinazionalizzazione di alcuni settori chiave, dall’acqua, al gas, ai servizi di banda larga. Previsti inoltre aumenti delle tasse per i redditi più alti (la soglia è quella delle 125mila sterline), aumento del carico fiscale per le aziende petrolifere, aumenti di spesa per la Sanità e il welfare e l’introduzione dell’equo canone per circa 11 milioni di persone che attualmente vivono in affitto.

Il rischio dei 18 – È questo il numero dei collegi “super marginali” britannici che potrebbero ancora privare il partito di Boris Johnson della vittoria annunciata. Collegi che i conservatori devono difendere, ma che potrebbero passar di mano con uno spostamento di appena 18mila preferenze, secondo due organizzazioni anti Brexit impegnate nella campagna per il cosiddetto voto tattico, ossia una media di mille per circoscrizione. Con casi limite laddove basterebbero poche decine o un centinaio di schede. Il vero sogno proibito che accomuna metà del Regno va però un passo oltre i “collegi super marginali”: frontiera lungo la quale del resto pure il partito laburista di Jeremy Corbyn e le formazioni minori hanno le loro trincee da salvare. E si spingono a prendere di mira quei seggi che, sebbene non proprio in bilico, di sicuro non risultano blindati. Incluso quello di Uxbridge, occupato niente meno che da Johnson in persona.
I leader teoricamente a rischio non mancano: a Belfast Nord traballa ad esempio il coriaceo Nigel Dodds, capogruppo della destra unionista nordirlandese del Dup; mentre in Scozia la 39enne Jo Swinson, paladina anti-Brexit dei liberaldemocratici, dovrà fronteggiare la concorrenza forte degli indipendentisti dell’Snp per conservare il proprio scranno, storicamente ballerino; e qualche patema, in Inghilterra, potrebbe non risparmiare Dominic Raab, ministro degli Esteri in carica. E mentre i leader politici continuano incessantemente a lanciare gli ultimi appelli nell’ultimo giorno prima del voto, più che sui sondaggi – che negli ultimi anni hanno clamorosamente fallito – gli occhi sono puntati sulle previsioni meteo. Per domani, quando i seggi saranno aperti dalle ci sarà per lo più pioggia e, in alcune zone della Scozia anche neve. E’ un dato importante ai fini dell’affluenza ai seggi, che potrebbe spostare gli equilibri nei collegi in bilico, determinanti per il risultato finale.

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