Amerigo ha sette anni e vive con la madre Antonietta in un quartiere popolare della città di Napoli: spesso non hanno di che mangiare, vivono di espedienti. Ma nel rione gira voce che i bambini poveri possono avere una speranza: vivere al Nord per qualche tempo. Amerigo verrà dunque accompagnato, insieme ad altri bambini, a prendere il treno che lo porterà verso una destinazione a lui sconosciuta, Modena, dove troverà una famiglia accogliente che lo farà sentire protetto e amato.

E’ la trama dell’ultimo libro di Viola Ardone Il treno dei bambini (Einaudi, 248 pagg, 17,50 euro) che, partendo dal racconto di una storia realmente accaduta, apre la finestra su una storia quasi sconosciuta: “l’operazione ideata” nel Dopoguerra dal Partito comunista insieme all’Udi, l’Unione delle donne italiane, per portare, tra il 1946 e il 1952, circa 70mila bambini poveri del Sud in affidamenti temporanei in famiglie del Nord. Li chiameranno i “treni della felicità“: i bimbi infatti potranno vivere molte “prime volte”, a partire dal primo viaggio in treno fino alla prima cameretta tutta per loro.

Dietro, però, la realtà era più complessa, più drammatica, più dolorosa com’era la separazione dai genitori. Fu un affido di massa. Le comunicazioni erano limitate e le informazioni giungevano solo tramite lettera e, spesso, dato il tasso di analfabetismo elevato, bisognava ricorrere a chi sapeva leggere. E poi le dicerie, le leggende nere: si raccontava che i comunisti gli avrebbero tagliato le mani e che li avrebbero mangiati o che da quel treno non sarebbero ritornati vivi perché spediti in Russia.

In realtà, ovviamente, non accadde nulla di tutto questo, ma la condizione di fragilità psicologica in cui vertevano le famiglie era tangibile. In un’Italia lacerata dal conflitto, era necessario ripartire in qualche modo e la soluzione più immediata per garantire un futuro degno ai propri figli fu questa. Bambini dai 4 ai 12 anni furono portati, per un breve periodo, nelle regioni del Centro Nord e furono affidati ad altre famiglie di modo che potessero superare l’inverno.

E tra i protagonisti di quella storia ci fu anche Amerigo, ragazzino proveniente dai Quartieri Spagnoli, che si ritrovò ad affrontare il viaggio della speranza. Dal suo finestrino vedeva paesaggi sconosciuti, cercando di farsi forza quando il ricordo della madre si faceva più insistente e, nel frattempo, chiacchierava con i suoi amici più cari, Tommasino e Mariuccia, che avrebbero condiviso con lui il suo stesso destino. Ecco che il viaggio diventa metafora, il luogo perfetto per guardarsi dentro e maturare.

Il treno dei bambini, caso editoriale già prima di uscire – all’edizione 2018 della Fiera di Francoforte – e in corso di traduzione in venticinque lingue, è un romanzo che racconta uno spaccato d’Italia che commuove e Viola Ardone ha saputo, con il suo stile unico e puro, confezionare un libro di una bellezza straordinaria. Ha dato voce agli ultimi, si è immedesimata in Amerigo, rendendolo un protagonista coraggioso, fiero e sensibile ed ha riscattato la sua condizione, partendo dalla sua voglia di imparare e di sentirsi accettato, senza doversi più nascondere all’interno di una società che lo vedeva come un reietto.

Amerigo della dignità ha fatto il suo scudo e trasmette una grandissima lezione di vita: non importa dove sei nato, se tu vuoi, con spirito di sacrificio e determinazione, puoi arrivare dove tu desideri. L’importante è crederci. Questo darà la spinta ai sogni. Lui ce l’ha fatta e, da ragazzo di quartiere con le scarpe bucate, è diventato un uomo che della sua passione ne ha fatto un mestiere. Prendere quel treno, forse, ne è valsa la pena.

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