“Hanno parlato per un’ora chiusi in stanza, poi Pietro Virga mi ha raccontato che avevano chiuso un accordo elettorale per 50mila euro“. A raccontare della riunione tra l’erede del capomafia di Trapani e l’ex deputato regionale siciliano del Pd, Paolo Ruggirello, è stato Pietro Cusenza, arrestato dai carabinieri lo scorso marzo assieme ai due, nell’ambito dell’operazione Scrigno. Dopo il blitz ha iniziato a rispondere alle domande dei pm ai quali ha chiarito di essere un dichiarante, di non aver nulla di cui pentirsi e di non voler iniziare alcun percorso di collaborazione. Cusenza dunque non è un pentito o un collaboratore di giustizia ma solo un dichiarante. Nel corso di alcuni interrogatori svolti al carcere di Rebibbia ha ricostruito i suoi contatti con alcuni degli arrestati a partire dall’incontro tra Ruggirello e Virga avvenuto circa 20 giorni prima delle elezioni regionali del 5 novembre 2017, “in un villino” di una delle figlie del presunto capomafia di Paceco, Carmelo Salerno (anche lui arrestato a marzo).

Il racconto è contenuto nei verbali depositati dai pm della Dda di Palermo – l’aggiunto Paolo Guido e i sostituti Gianluca De Leo e Claudio Camilleri – che nei giorni scorsi hanno notificato l’avviso di conclusione indagine nei confronti di 29 persone. “Sono stato io ad accompagnare Pietro Virga a quell’incontro”, ha detto Cusenza che non partecipò a quel faccia a faccia tra il presunto boss trapanese e il politico, che dopo un lungo peregrinare era approdato tra i renziani del Pd. Un’oretta dopo l’incontro fu Virga a raccontare dell’accordo a Cusenza che, all’interno di un bar, gli spiegò l’accordo raggiunto con Ruggirello: 50mila euro, ventimila subito e poi due tranche da quindicimila euro. Secondo il suo racconto, a fare da intermediario sarebbe stato Salerno che rientrava nell’accordo e avrebbe trattenuto per sé una parte di denaro. Quando però Ruggirello versò i primi ventimila euro, ai Virga ne arrivarono soltanto quindici e nacque un diverbio con il presunto boss di Paceco, racconta Cusenza.

“Poi Ruggirello ritardò a consegnare la seconda parte” – ha aggiunto – e per i Virga fu il pretesto per far saltare l’accordo e supportare un’altra candidata a quelle elezioni: Ivana Inferrera moglie di Ninni D’Aguanno che al clan trapanese avrebbe garantito posti di lavoro e appalti nella zona di Milazzo. Alla fine non vennero eletti né Ruggirello (che raccolse 6688 voti) né Ivana Inferrera (con 888 preferenze) tornata in libertà poco dopo il blitz. Si trova ancora in carcere invece Ruggirello, accusato di associazione mafiosa. Secondo la Dda, non era un concorrente esterno ma “ha preso parte all’associazione denominata Cosa nostra, quale politico destinatario delle preferenze elettorali”, mettendo a disposizione “l’influenza e il potere derivanti anche dalla sua posizione di deputato dell’Ars”. Nell’atto si fa riferimento alla disponibilità verso la famiglia mafiosa di Mazara del Vallo e alle pressioni per far entrare in consiglio comunale Lillo Giambalvo. Ai pm Cusenza invece ha detto di “non essere un mafioso” e di aver goduto di credibilità nel mondo criminale perchè il padre lavorava nel movimento terra ed era amico di Vincenzo Virga, boss di Trapani arrestato da latitante nel 2001 e da allora detenuto nel carcere di Opera. “Pietro Virga l’ho conosciuto quando si occupava della Calcestruzzi Ericina“, ha detto riferendosi all’azienda poi confiscata e adesso gestita da una cooperativa composta dai lavoratori.

Secondo gli investigatori la famiglia mafiosa di Trapani era in mano a un duopolio: da una parte i Virga, riconosciuti sul territorio per il ruolo del padre, dall’altra Francesco Orlando, già condannato per mafia ma con un passato da consigliere comunale e segretario particolare di Bartolo Pellegrino, ex vicepresidente dell’Ars recentemente scomparso. Quando i militari sono andati ad arrestarlo hanno sequestrato 60 mila euro in contanti che teneva nascosti in casa. “Lui non parlava mai”, ha detto Cusenza ai magistrati che hanno registrato Orlando mentre incontrava i Virga e altre persone arrestate nel suo bar (sequestrato la notte del blitz e poi restituito alla moglie titolare dell’attività) che in questi anni era diventato un crocevia per politici in cerca di voti e affari in fase di approvazione.

Nei verbali Cusenza, oltre alle elezioni regionali, parla anche delle amministrative del comune di Erice del giugno 2017. Tanto che nell’avviso di conclusione indagine sono comparsi i nomi di alcuni politici locali, adesso indagati per voto di scambio politico mafioso. Tra questi ci sono Francesco Todaro (fedelissimo di Ruggirello) e Vito Mannina, già consigliere comunale a Trapani. “Lo conosco da tanto tempo” ha detto riferendosi a Mannina che gli aveva promesso 5000 mila euro per sostenere la candidatura di sua figlia (poi eletta in consiglio). Con la conclusione delle indagini, i pm hanno depositato anche un’informativa in cui spicca il nome del politico Luigi Manuguerra, 57 anni: un cognome – quello dei Manuguerra – di cui si era occupato anche Mauro Rostagno, il giornalista ucciso a Valderice il 26 settembre 1988.

Manuguerra è indagato assieme al figlio Alessandro (eletto in consiglio comunale a Erice), per “voto di scambio politico mafioso”. In più occasioni è stato intercettato mentre incontrava il presunto boss Franco Orlando nel suo bar. “Io ti ho detto sempre quanto tu sei..parli un poco assai e c’è chi ne risente” gli diceva Orlando, intercettato il 15 aprile 2017. In piena campagna elettorale Manuguerra lamentava di aver avuto dei dissidi con tale Diego Pipitone, un collettore di voti in un popoloso quartiere, su cui da tempo indaga la Dda. Ora incrociando alcune intercettazioni raccolte all’epoca dalla Squadra Mobile di Trapani – e adesso confluite nell’informativa depositata – i pm hanno aggiunto un altro tassello a quella storia attraverso un’intercettazione ambientale tra Manuguerra e il figlio. “Mi ha detto tu hai solo un modo per distruggere Pipitone” raccontava Manuguerra al figlio mentre si trovavano al comitato elettorale, riferendosi al colloquio con Orlando. “Mi ha parlato chiaro, io ti garantisco un minimo di 150 voti, diecimila euro, però non subito, un assegno di garanzia da..appena si contano i voti” aggiungeva al figlio Alessandro che rispondeva: “Si..ma io la farei la cosa”.

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