Potrebbe perfino essere uno di quei film di genere vagamente astratti, tra Wim Wenders e David Lynch, ovviamente un po’ strafatti di metanfetamine. El Camino – a Breaking Bad movie (da poche ore online su Netflix) preso così, senza aver mai visto un episodio che uno di una delle serie più amate al mondo, potrebbe finire tra le pieghe di un festival di cinema di lusso. Un tizio solitario impaurito, pieno di cicatrici nel viso, fugge nella notte ma è costretto a fare dietrofront inseguito dagli sbirri. Ha conti in sospeso dappertutto, qualche piccola vendetta da compiere, un bottino nascosto da recuperare, una nuova identità da creare, e deve sempre trovare il modo di stare lontano dall’incombente polizia. Se ci aggiungete qualche sequenza silenziosa, un po’ di angolazioni insolite che fanno molto regia art house, alcuni preziosi flashback e un personaggio principale in fondo sempre tentennante nell’agire, ecco che El Camino vive letteralmente e giustamente da solo, come in orbita rispetto alle cinque stagioni di Breaking Bad di cui è attiguo sequel.

Ricongiungendo i puntini della logica e dei fan, quel tizio solitario è Jesse Pinckman (Aaron Paul) finalmente riuscito a scappare da una prigione, grazie all’ex socio in affari di droga, Walter White (Brian Cranston) poi morto nello scontro a fuoco, dove un gruppo di neonazisti lo aveva rinchiuso. Il ritmo iniziale è vertiginoso. C’è perfino uno scambio di dimensioni tra la presunta realtà e un videogioco a cui stanno giocando Badger e Skinny Pete, due amici di Jesse che lo aiutano a riposarsi e rifocillarsi, nonché a ripulirsi. Pochi i fronzoli in questo script redatto dall’ideatore della serie Vince Gilligan. Un po’ come tradizione nella serie, un po’ perché un film che vive nell’aura dell’evento non può sbrodolare sciocchezze ad ogni angolo di scrittura e messa in scena. El Camino, per chi non sa nulla di Breaking Bad è un puzzle comprensibile e misterioso che coinvolge Jesse in prima persona. Per chi, invece, attendeva notizie di Jesse e compagnia, El Camino chiude diverse parentesi, va a rivangare qualche passaggio chiave del passato poco sottolineato, poi si slancia verso un finale da western crepuscolare tra le nevi dell’Alaska. Aaron Paul dilata la sua presenza ovunque in scena.

Sgrana gli occhioni azzurri e mostra quell’ostentato tentennare che diventa un continuo gancio thriller, rispetto alla sua incolumità, per quasi due ore di film. Non manca poi il sense of humor, quella sottile vena dissacrante delle forme convenzionali del crimine, quasi fossimo di fronte a qualche scena di Pulp Fiction. Insomma, un filmettone notevole, composto e compatto, dall’atmosfera sospesa e polverosa, forse parecchio lontano delle motivazioni ironicamente amorali di Walter degli inizi quando iniziò da signor qualunque a produrre metanfetamine, ma altrettanto concentrato sulla star che gli ha in qualche modo rubato scena e scettro. Paul, infatti, sostiene che sta facendo fatica ad uscire dal personaggio di Pickman. Una piccola grande ossessione. Dire che in El Camino se n’è liberato definitivamente non è una certezza né per lui, né per i fan della serie. Comunque è la prima volta che la serialità avanza chiedendo aiuto, come forma comunicativa, al vecchio fratellone del cinema, saltando dalla quinta stagione tv/web ad una sesta concentrata in due ore e due minuti tendenzialmente da grande schermo. La ciambella è riuscita col buco.

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