Un viaggio nella coscienza perduta di quei goodfellas ormai diventati oldfellas. Un ritratto a ritmo bradicardico su quel che resta della mafia italo-americana dove rapporti di amicizia, lealtà e mediazioni sono mutati per sempre. Una riflessione nel e sul Tempo quale unico valore da proteggere. E questo perché sostanzialmente The Irishman di Martin Scorsese è un affresco crepuscolare sull’umanità che invecchia, si ammala e muore, e deve necessariamente venire a patti con colpe ancestrali e fantasmi ingombranti. Lo si immaginava, ma solo dopo la visione si può darne conferma: il nuovo lavoro del grande cineasta newyorkese mette un punto a capo sul mafia movie da lui stesso portato ai vertici, siglando un capitolo definitivo sull’immaginario di un genere fondamentale del cinema americano e non solo.

“A 40 anni questo film sarebbe stato qualcos’altro, ora ho uno sguardo diverso sul senso della vita nel suo avvicinarsi alla fine…” ha dichiarato Scorsese alla conferenza stampa del 63° London Film Festival dove il film era il Closing Gala della kermesse in premiere europea. Con lui quei bravi ragazzi di Robert De Niro e Al Pacino, divertiti e felici di esser tornati a lavorare insieme, dopo tanti anni di tentativi in cui tentavano di “incrociare gli impegni reciproci”. Loro, con uno straordinario (e meritevole dell’Oscar da non protagonista..) Joe Pesci rappresentano il sublime terzetto di protagonisti dell’opera, e la loro presenza è già il “sintomo” del percorso a ritroso voluto da Scorsese per questo film co-prodotto con l’amico Bob (De Niro) ma soprattutto da Netflix.

Dopo la rinuncia di Paramount a coprire tutti i costi, il colosso americano dello streaming è stato l’unico a metter a loro disposizione i 140 milioni di dollari necessari a finalizzare il film, specie per la costosa CGI messa a punto dalla Industrial Light & Magic di Lucas che ha permesso a De Niro e compagni di “ringiovanire” per magia.. “In fondo si tratta di una forma sofisticata di make up – ha chiosato De Niro – non ci ha affatto disturbato in termini di performance! Abbiamo solo dovuto camminare da vecchi – quali ormai siamo – man mano che trascorreva il tempo!”. Ma è soprattutto Scorsese a lanciare l’assist alla sempre polemizzata Neflix: “Quanto sta accadendo nel cinema grazie alle varie piattaforme di visione in streaming è una rivoluzione totale, quasi superiore all’avvento del sonoro, ma riguarda solo la fruizione non la forza narrativa: quella dipende dalla nostra capacità di raccontare le storie. Quanto al valore inestimabile della visione collettiva vi assicuro che i film uscirà anche nelle sale prima dello streaming, ed anzi spesso sarà contemporaneamente visibile in entrambe le modalità, sarà il pubblico a scegliere”. Infatti Netflix programmerà il film dal 27 novembre “concedendo” la distribuzione in sala in alcune nazioni fra cui l’Italia, che lo farà uscire ai primi di novembre dopo la premiere nazionale prevista il 21 ottobre alla Festa del Cinema di Roma che sarà accompagnata dallo stesso Martin Scorsese.

The Irishman si ispira a L’irlandese. Ho ucciso Jimmy Hoffa(I Heard You Paint Houses) di Charles Brandt sulla confessione del killer mafioso Frankie Sheeran detto The Irishman, con particolare riferimento all’assassinio del sindacalista corrotto Hoffa. Il film-confessione narrato in prima persona da Sheeran (un De Niro tornato immenso..) ripercorre la sua vita da giovane autista negli anni ’60 ad affiliato alla famiglia mafiosa guidata da Russell Bufalino (Pesci) ma anche arruolato dal carismatico leader sindacalista Jimmy Hoffa (Pacino): con entrambi Frankie “The Irish” Sheeran stabilisce solidi rapporti di amicizia e fiducia, estesi alle rispettive famiglie.

Divenuto vecchio e malato, e costretto al ricovero in una casa di detenzione ospedaliera, Sheeran capisce che è il momento di confessarsi e confessare i propri crimini. Ed è proprio “l’entrata” nella clinica in apertura del film da cui riverbera l’eredità spirituale fra Quei bravi ragazzi e The Irishman: un piano sequenza che rimanda (e omaggia) con chiarezza la “Copa Shot” del giovane Henry Hill con la sua ragazza al Copacabana. Ma tutto il glamour e la giovinezza dei Goodfellas qui si tramuta nella vecchiaia incipiente di Franki e co: il percorso della macchina da presa è già carico del simbolismo che nutre il lungometraggio nella sua dolente complessità. E il tema della perdita è ambivalente perché riguarda sia le vite ammazzate – che transitano sullo schermo con appositi cartelli/epitaffi – sia la memoria che di esse si conserva. Forse Frankie non è vero pentito ma il prete che lo confessa lo rasserena: “si può anche dichiararsi dispiaciuti senza sentirsi dispiaciuti”.

Se è vero che il cinema ha già percorso la vicenda della misteriosa scomparsa di Hoffe risultata poi nel suo omicidio da parte di Sheeran, la rivisitazione fluviale (ben 3 ore e mezza) e crepuscolare messa in opera da Scorsese assume toni, colori e una “portata” diverse, giacché mentre attraversa la Storia (con tutti gli eventi e omicidi che la segnarono seguiti in tv dai personaggi) imprime tracce indelebili sui i volti dei protagonisti, intossicandone le anime e i destini criminali. Ciò che ne emerge è il loro lato oscuro, quello profondo e insondabile, più che la nota violenza efferata e volgare che ha frequentato il gangster/mob movie che ben conosciamo. Non manca la tenerezza, l’ironia (memorabili le sequenze dei “nostri” che ripetono parole e concetti ossessivamente creando gag irresistibili e così vicine ai Sopranos..) ma ciò che resta maggiormente di questo grandissimo film sono i silenzi eloquenti dei momenti di svolta. The Irishman è tante cose, difficile sintetizzarle, certamente è un’opera che resterà nella memoria collettiva, e non solo rispetto al cinema di Martin Scorsese.

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