Un’invasione della Turchia che ci permetta di fuggire?“. Gli occhi del prigioniero si illuminano. “Eh, non saprei, non mi occupo di questioni politiche”. Sorride. Un largo sorriso. Uno dei pochi che si concede nell’ora di intervista. Siamo a Rmeilan, in una base militare del Kurdistan siriano. È il 22 di settembre, mancano 15 giorni all’operazione militare di Ankara nel Rojava, e di fronte a noi c’è il terrorista dell’Isis accusato di aver decapitato più di cento persone e di aver finanziato gli attentati di Bruxelles, il belga Anouar Haddouchi, conosciuto anche come il Boia di Raqqa. Solo una settimana prima il leader di Daesh, Abu Bakr al-Baghdadi, aveva esortato i suoi miliziani (dalle 14mila alle 18mila unità sparse tra la Siria e l’Iraq) a liberare i compagni in cella. Far piombare la regione nel caos, costringere i soldati curdi ad abbandonare le carceri per difendere i propri confini: ecco perché la prospettiva di un attacco turco piace ad Haddouchi. E all’Isis.

A 24 ore dall’inizio dell’offensiva, chiamata dal presidente Recep Tayyip Erdogan Peace Spring, il composito mondo che ruota intorno al fu sedicente Stato islamico ha iniziato a muoversi. Nelle scorse settimane gli ufficiali delle Sdf (Forze democratiche siriane) avevano lanciato più di un allarme: “”Fatichiamo a gestire i prigionieri in tempi di pace – ci aveva detto il portavoce delle Ypg, Mustafa Bali – figuratevi in caso di un’invasione turca. Il rischio è che scappino“. Ma la preoccupazione espressa dai curdi era stata bollata da non pochi osservatori internazionali come un tentativo, seppure legittimo, di voler fare il proprio gioco. Eppure ora quegli allarmi si stanno rivelando esatti. Non solo. Anche le previsioni su una possibile ripresa dell’Isis non erano infondate. Andiamo con ordine.

Non appena il governo di Ankara ha permesso ai gruppi alleati che compongono il Free Syrian Army di passare sul proprio territorio per organizzare da nord l’offensiva del Kurdistan siriano, gli attacchi delle cellule di Daesh si sono intensificati. Nella notte tra martedì e mercoledì si sono verificati tre attentati tra Raqqa e Tabqa. Ieri, con i bombardamenti che colpivano già le principali città del Rojava, da ovest a est, intorno a mezzanotte c’è stato un attacco armato ad al-Mansurah, sempre vicino a Raqqa, rivendicato da Daesh. Questa mattina è toccato a un villaggio a sud di Sere Kaniye, lungo la strada che porta ad Hasake: le Sdf hanno ingaggiato un conflitto a fuoco con un gruppo armato, alla fine del quale 15 miliziani sono stati uccisi e 35 catturati (fonte Rojava Information Center). Sempre in mattinata, quattro membri della polizia curda (Asayish) sono morti a causa di un attentato in uno dei checkpoint a sud della città. Nel pomeriggio, poco dopo le 14 (ora locale), una cellula dell’Isis ha colpito un checkpoint a Diban, nella provincia di Deir el-Zor.

Le Sdf gestiscono una ventina di strutture di detenzione. I combattenti dell’Isis incarcerati sono circa 12mila e una buona parte si trova nelle carceri vicine alle città di Hasake e Dashisha, a est, verso il confine iracheno, e a nord, a Derik, sul confine con la Turchia. I familiari dei miliziani, invece, sono collocati in grandi campi allestiti fuori dai centri urbani. In totale sono 70mila (11mila stranieri di 40 Paesi diversi). Nel più grande campo di prigionia, quello di al-Hol (che ospita 60mila persone, a fronte di qualche centinaio di militari), alcune donne hanno iniziato a bruciare le tende in cui sono ospitate. “Un gruppo ha attaccato le guardie della sicurezza interna – è la conferma che abbiamo ricevuto da un ufficiale – ci sono stati tentativi di evasione e, successivamente, arresti. Abbiamo trovato anche alcuni esplosivi“. Al momento la situazione è tornata sotto controllo, ma non è detto che possa peggiorare nelle prossime ore, tanto che le organizzazioni non governative hanno già abbandonato il campo. Nei mesi scorsi, ad al-Hol le mogli dei combattenti si erano organizzate in una sorta di polizia dell’Isis, sulla scia di quello che fece la brigata al-Khansaa a Raqqa per dettare le regole tra i familiari detenuti.

Ieri sera, secondo le Sdf, i raid turchi avrebbero colpito il carcere di al-Chirkin. Ma a rischio ci sarebbero anche le prigioni della già citata Derik, sul confine con la Turchia, bersaglio dell’aviazione da ieri, e quelle vicino alla città di Qamishlo, anch’essa sul confine e dunque più vulnerabile agli attacchi. Non è un caso, infatti, che gli Stati Uniti abbiano preso, sotto la propria custodia, due detenuti britannici del gruppo dei Beatles, tra i terroristi più pericolosi di Daesh. Ma non sono solo i bombardamenti a preoccupare. Nei gruppi armati, jihadisti, che supportano la Turchia, ci sono fazioni vicine ad al-Nusra, come Ahrar al-Sharqiya (già denunciate di aver commesso crimini di guerra da Amnesy International e Human Rights Watch) a cui si aggiungerebbero miliziani ex Isis. Una loro avanzata via terra potrebbe aprire un varco per l’evasione dei detenuti.

Twitter: @AlbMarzocchi/@GianniRosini

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