Dopo i bombardamenti fino a 30 chilometri all’interno del territorio siriano, i carri armati turchi hanno dato il via all’invasione di terra del nord della Siria. A dare l’annuncio è lo stesso Ministero della Difesa turco, citato dall’agenzia Anadolu. L’esercito turco è entrato in Siria insieme alle milizie locali del Free Syrian Army, all’interno delle quali operano anche gruppi jihadisti. Intorno alle 23 di mercoledì, i portavoce delle Syrian Democratic Forces curde annunciano: “L’offensiva terrestre delle forze turche è stata respinta dai combattenti delle Sdf a Tell Abyad”.

Nei raid di mercoledì sono stati colpiti villaggi e cittadine di confine come Tell Abyad, Ras al-Ain, al-Qamishli e anche la città simbolo della resistenza curda allo Stato Islamico, Kobane. La Turchia ha dato il via ai raid nel Rojava, la regione nel nord-est della Siria a maggioranza curda, come annunciato nei giorni scorsi, dopo lo spostamento di 50-100 militari americani di stanza al confine turco-siriano. “L’operazione Fonte di Pace neutralizzerà la minaccia terroristica contro la Turchia – ha scritto su Twitter il presidente Recep Tayyip Erdoğan – e permetterà la creazione di una zona di sicurezza, favorendo il ritorno dei rifugiati siriani alle loro case. Preserveremo l’integrità territoriale della Siria e libereremo le comunità locali dai terroristi”. Gli risponde Mustafa Bali, portavoce delle Syrian Democratic Forces: “Kobane, la città che ha resistito a Isis per mesi e messo le basi per la sua sconfitta, adesso viene bombardata dall’esercito turco”.

In serata, è intervenuto anche il presidente americano, Donald Trump. Lo ha fatto con una dichiarazione ufficiale diffusa dalla Casa Bianca in cui, dopo aver lasciato campo all’attacco di Ankara, ha condannato l’azione di Erdogan: “Gli Stati Uniti non appoggiano l’attacco turco in Siria e hanno detto chiaramente alla Turchia che questa operazione è una cattiva idea“, si legge.

Il presidente americano si aspetta che la Turchia, dopo aver “invaso” la Siria, rispetti “tutti i suoi impegni”, tra cui “proteggere i civili, le minoranze religiose, inclusi i cristiani, e assicurare che non ci sarà alcuna crisi umanitaria“. “Inoltre la Turchia è ora responsabile nel garantire che tutti i combattenti dell’Isis catturati restino in prigione e che lo Stato Islamico non rinasca in nessun modo o forma”, aggiunge. “Noi li richiameremo ai loro impegni”, afferma il tycoon, e “monitoreremo strettamente la situazione”.

I portavoce dei combattenti curdi su Twitter riferiscono che i raid hanno colpito civili e si registrano anche le prime vittime tra la popolazione: 11 in totale, di cui 8 civili. “Caccia turchi hanno lanciato raid su aree civili. C’è grande panico fra la popolazione nella regione”, si legge. “Centinaia di civili sono già in fuga nelle aree del nord”, riporta invece la Cnn. Intanto, le Forze Armate turche hanno diffuso le prime immagini dei tank di Ankara ammassati al confine, pronti a entrare in territorio siriano.

Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa turca Anadolu, almeno due colpi di mortaio sono stati sparati dalla Siria verso il confine turco a Ceylanpinar, dove sono ammassati i soldati turchi e le milizie siriane filo-Ankara pronti a entrare nel Paese, mentre altri sei sono stati sparati dalle postazioni nella zona di al-Qamishli.

“Le nostre attività di preparazione all’operazione proseguono. I trasferimenti continuano” verso la frontiera, ha commentato da Istanbul il ministro della Difesa, Hulusi Akar, prima che le forze di Ankara attraversassero il confine. Secondo media locali, 5mila soldati delle forze speciali turche sono schierati al confine con decine di convogli di blindati, pronti a entrare nel nord-est e fronteggiare i combattenti curdi delle Ypg. Ankara fa sapere, comunque, che le truppe di terra non entreranno in territorio siriano fino a quando non saranno eliminati tutti i “fattori di rischio” rappresentati dalle postazioni militari dei combattenti curdi.

Abdelrahman Ghazi Dadeh, portavoce di Anwar al-Haq, una delle milizie armate locali cooptate da Ankara del Free Syrian Army che sono state preallertate già da ieri per prepararsi ai combattimenti, ha dichiarato: “Al 99% l’offensiva” sarà lanciata “stanotte”. Il portavoce ha spiegato anche che sono almeno 18mila i combattenti di milizie locali che prenderanno parte all’operazione. Dadeh ha precisato che 10mila saranno impiegati a Ras al-Ayn e gli altri a Tell Abyad, le due postazioni frontaliere evacuate dai soldati Usa.

Dalla Nato si invita la Turchia a una “azione proporzionata e misurata”. A parlare è il segretario generale, Jens Stoltenberg, nella conferenza stampa a Palazzo Chigi con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: “La Nato è stata informata dalle autorità turche delle operazioni nel nord est della Siria. È importante evitare azioni che destabilizzino la regione, aumentino la tensione e possano causare ulteriori sofferenze umane. Spero che l’azione della Turchia sia proporzionata e misurata per non indebolire la lotta comune all’Isis“, ha dichiarato. Stoltenberg ha poi continuato dicendo che “la Turchia ha chiaramente delle preoccupazioni per la propria sicurezza, ha subito degli attacchi terroristici e ospita milioni di rifugiati siriani”.

Il Cremlino ha diffuso i contenuti della telefonata tra Vladimir Putin ed Erdoğan avvenuta poche ore prima dell’attacco, come riporta l’agenzia Tass: “Alla luce dei piani per condurre un’operazione militare nel nord-est della Siria annunciato dalla Turchia, Vladimir Putin ha invitato i partner turchi a riflettere attentamente sulla situazione in modo da non compromettere gli sforzi congiunti per risolvere la crisi siriana”.

Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha avvertito dei rischi che si potrebbero correre a causa dei segnali contrastanti inviati da Washington sul ritiro americano dalla Siria settentrionale. I curdi sono “estremamente allarmati” dalle dichiarazioni degli Stati Uniti, ha detto, e temono che la confusione possa “accendere l’intera regione“. “Questo deve essere evitato a tutti i costi”, ha detto Lavrov dalla capitale del Kazakistan, Astana.

Più dura nei confronti di Ankara la posizione del presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, che ha lanciato un appello alla Turchia: rivolgo un “appello alla Turchia affinché blocchi l’operazione militare in corso. La via militare non porta mai a buoni risultati. Non aspettatevi che l’Ue finanzi una cosiddetta zona sicurezza“.

Dopo la richiesta avanzata da Francia, Germania, Gran Bretagna, Belgio, Polonia e Kuwait, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà giovedì a porte chiuse per discutere dell’operazione militare contro i curdi nel nord della Siria.

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