Una stanzetta dalle pareti bianche. Per terra, come di consueto, sono stesi i tappeti. A semicerchio, seduti, col kalashnikov appoggiato alla spalla, ci sono una decina di combattenti: mimetiche, barbe lunghe, qualcuno ha il volto coperto. A un certo punto entra un uomo con la bandiera dell’Isis: “Non c’è divinità se non Allah”. La passa a due compagni, che la mostrano in favore di telecamera. Uno dei due, con un cappello nero in testa, è Omar Abu Abdullahi, conosciuto anche col nome di Omar al-Shami, originario della Palestina. Combatte nelle file dello Stato islamico, almeno finché il Califfato ha territori da controllare tra l’Iraq e la Siria. Nel 2017 è ad Aleppo. L’anno successivo, quando la Turchia entra militarmente, con l’operazione Ramoscello d’ulivo, nel cantone di Afrin a maggioranza curda, viene immortalato nella città di Jindires, a 20 chilometri dal capoluogo. Ora fa parte di uno dei circa 37 gruppi che compongono il Free Syrian Army, l’esercito di ribelli siriani alleato e armato dal governo di Ankara.

Il suo passaggio da Daesh alle milizie supportate dalla Turchia è stato verificato dall’analista Raman Ghavami. Ed è finito in una lista di 43 nomi, elaborata dalla Foreign Relations Commission del Rojava (Kurdistan siriano), a cui ilFattoQuotidiano.it ha avuto accesso. Una lista di presunti ex miliziani dell’Isis, ora coinvolti nelle campagne belliche volute da Recep Tayyip Erdogan, accompagnata da dettagli (incarico sotto il Califfo, incarico attuale, città di passaggio e di stazionamento, in alcuni casi anno di nascita, famiglia e tribù di provenienza e foto) aggiornata via via da fonti d’intelligence locali. Tra di loro, ci sarebbero anche due personaggi di peso. Il primo è Abu al-Baraa al-Ansari, comandante di Daesh a Deir el-Zor, la regione dell’ultima resistenza militare del Califfato. Al-Ansari, nell’ottobre del 2018, era stato inserito in un elenco di 320 miliziani accusati di tradimento, e dunque con una condanna a morte pendente sul capo, niente meno che da Abu Bakr al-Baghdadi. Ma stando alle ricostruzioni della commissione, sarebbe scappato e avrebbe raggiunto il gruppo jihadista Ahrar-al-Sharqiya (protagonista di violazioni dei diritti umani, secondo Amnesty International), con un ruolo di primo piano. Il secondo è Basil Nayef al-Shehab, che dopo aver combattuto le Ypg (Unità curde di protezione militare) a Kobane e Mambij, è diventato uno dei leader del battaglione jihadista Sultan Murad Division, che secondo Human Rights Watch e Amnesty avrebbe commesso torture ed esecuzioni sommarie e starebbe imponendo la sharia presso la popolazione.

Secondo una ricerca condotta da Colin P. Clarke, membro del Suofan Center e analista di Rand Corporation, ai vertici di una delle brigade che operano tra al-Bab e Afrin, la Hamza Division, c’è l’ex miliziano dello Stato islamico Seyf Ebu Bekir. IlFatto.it ha potuto verificare, in uno scatto risalente a tre anni fa, l’attività di Bekir nelle file di Daesh sempre ad al-Bab. “Rimasi sorpreso quando vidi le prime immagini dei combattenti di Isis, tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, a bordo di carri armati ed equipaggiati con armi pesanti a ridosso del confine turco e quando, sempre sul confine, salutavano i militari turchi” ricorda Francesco Strazzari, professore di Relazioni internazionali della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. “Che gli ex membri di Daesh siano passati tra i gruppi supportati dal governo di Ankara è evidente. Non è successo solo con Isis, ma anche con gli affiliati di Ahrar al-Sham e con la componente siriana di al-Qaida” conferma. “La Turchia li ha presi e inquadrati in truppe ausiliarie o di primo impatto, garantendo benefit alle famiglie. D’altra parte per Erdogan la partita che si è giocata tra Afrin e Azaz è stata fondamentale, perché ha impedito ai curdi di unire i propri territori nel nord-est del Paese”.

Hediya Youssef, co-presidente del Comitato esecutivo della Federazione democratica della Siria del Nord, in questo momento si trova nel campo profughi di Shebha, l’enclave a est di Afrin che raccoglie le persone in fuga dal cantone occupato dalla Turchia. “Gli abitanti sono stati costretti a fuggire. Ho visto coi miei occhi gli aerei militari turchi bombardare i civili, uccidere i bambini, a decine, a centinaia” racconta. “Ora chi controlla la regione impone la legge islamica contro la volontà dei residenti“. “Una volta sconfitto Daesh, alcuni miliziani si sono rifugiati in Turchia, percorrendo in senso inverso le strade che negli anni avevano loro permesso di unirsi allo Stato islamico – afferma Thomas McClure, ricercatore indipendente del Rojava Information Center – A parole, il governo di Ankara fa parte della coalizione internazionale anti-Isis. La verità è che sponsorizza il terrorismo finanziando migliaia di combattenti jihadisti. Da quanto abbiamo appreso, il servizio d’intelligence turco (Mit, ndr) collabora quotidianamente con loro”.

A capo della coalizione anti-Isis, per quattro anni e fino alla fine del 2018, c’è stato il diplomatico Brett McGurk, che ha rassegnato le proprie dimissioni subito dopo l’annuncio di Donald Trump di voler ritirare le truppe americane dalla Siria. McGurk ha ripercorso, in una sorta di memoria delle proprie attività, le richieste dell’amministrazione Obama, rivolte al governo di Ankara, di controllare i confini con la Siria, dal momento che “combattenti dell’Isis e relativi materiali bellici passavano liberamente” da uno Stato all’altro. “Ma Erdogan non fece nulla. Qualche mese più tardi, a inizio 2015, si rifiutò di soddisfare la nostra richiesta di chiudere i confini vicino alle città, come Tal Abyad, che erano diventate hub logistici per lo Stato islamico“. I militari turchi ora “lavorano con gli alleati islamisti nella regione di Afrin”, occupata “non per ragioni di sicurezza nazionale” ma con “l’ambizione di estendere i confini nazionali. Nei numerosi incontri che ho avuto con Erdogan, l’ho sentito descrivere i 650 chilometri che vanno da Aleppo a Mosul come la ‘zona di sicurezza turca’”. Il ragionamento di McGurk, dunque, oltre a mettere in luce l’interesse turco, degli anni scorsi, di volere un Nord della Siria destabilizzato dalla forte presenza del Califfato, punta su un pericolo attuale: “Un’invasione turca, oltre a una massiccia fuga degli abitanti, creerebbe un vuoto nel quale troverebbero terreno fertile di crescita i gruppi jihadisti, come l’Isis”. Carta, quest’ultima, che nella trattativa tra Usa e Turchia in corso in questi giorni, starebbero “giocando” anche le Sdf, le Forze democratiche siriane guidate dai curdi delle Ypg: “In caso di attacco, non potremo garantire cosa ne sarà dei migliaia di miliziani dell’Isis presenti nelle nostre carceri”.

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