Domenica notte Zinaida Solonari è stata uccisa dall’ex compagno Maurizio Quattrocchi mentre stava rientrando dal lavoro. E’ stata uccisa dopo aver denunciato le violenze di un uomo che non era geloso, come purtroppo scrivono ancora alcuni giornalisti, ma esercitava controllo, dominio, violenza e l’aveva minacciata di morte durante una delle ultime aggressioni: “Se te ne vai ti ammazzo eppoi mi ammazzo anche io”. Lei aveva detto basta ed era andata via con le figlie per proteggerle da un clima di minacce e maltrattamenti, e ora è necessario chiedersi perché il sistema a tutela di vittime di violenza familiare non ha funzionato.

Il Codice Rosso è entrato in vigore l’8 agosto ma ci sono criticità nella sua applicazione che sono state rilevate dai magistrati: gli uffici giudiziari sono stati sommersi da denunce e segnalazioni che non vengono valutate sulla base della gravità degli atti, per l’imposizione dei tempi (tre giorni) entro i quali si devono sentire le donne. Inoltre la carenza di organico non agevola la situazione. “I tre giorni per sentire le donne – mi ha detto l’avvocata Manuela Ulivi, presidente della Casa di Accoglienza delle donne maltrattate di Milano – non pare siano utili a preservarle dai potenziali sviluppi criminali dei comportamenti degli uomini. Anzi, non si avverte ancora un impegno adeguato nel sollecitare alla procura misure cautelari utili a prevenire l’aggravarsi della violenza. Si dovrebbero inoltre fare approfondimenti, oltre ad ascoltare le donne, per verificare se ci siano elementi predittivi sul rischio”.

E la rete dei centri antiviolenza?

Zinaida, per quanto so, non era entrata in contatto con nessun centro antiviolenza di Bergamo. Si era rivolta alle forze dell’ordine che avevano attivato il Codice Rosso, poi si era allontanata da casa ed era andata ad abitare dalla sorella con le tre figlie. Questo potrebbe essere uno dei problemi. Nel momento in cui una donna interrompe la relazione con un uomo violento aumenta il rischio. L’ospitalità a casa di familiari o amici è da valutare attentamente, perché espone questi ultimi ad azioni di ritorsione e minacce; inoltre si tratta di luoghi ben conosciuti dagli ex.

Nei casi più a rischio è opportuno che le donne si astengano dall’andare al lavoro per alcuni giorni perché, anche in questo caso, si tratta di luoghi conosciuti dall’autore delle violenze. Ci sono anche rari casi che rendono necessario l’allontanamento delle donne insieme ai figli, dalla città o dalla regione in cui vivono; ma a volte le donne non accettano di sradicare le loro vite o di entrare nelle Case rifugio. Come dare loro torto? La domanda che ci rivolgono è questa: “perché devo andare in una Casa Rifugio, cambiare lavoro, cambiare scuola ai miei figli quando è lui che esercita violenza? Perché alla fine lui resta libero, in attesa di un processo che forse gli comminerà una condanna mentre ora la condanna ce l’ho io?”.

Sono parole che molte operatrici hanno ascoltato e in questo caso è importante instaurare una relazione significativa con la donna, accogliere la frustrazione e la rabbia per una situazione ingiusta, spiegare che cosa accadrà fino a che non potranno rientrare nelle loro città per l’abbassamento del rischio. Le donne affrontano passaggi complicati, dolorosi e difficili ogni volta che escono da una relazione con un uomo violento, perché la violenza nelle relazioni di intimità è un problema complesso che richiede più interventi per la sicurezza della donna e dei figli, la persecuzione del reato, le misure per impedire ai violenti di commettere atti persecutori, la separazione con l’affidamento esclusivo dei figli: una nota dolente, perché nei tribunali civili sono sempre più numerosi i casi di vittimizzazione secondaria delle donne con l’applicazione acritica dell’affido condiviso. Quando i giudici non prendono in considerazione la violenza familiare espongono le donne a contatti frequenti con uomini violenti, che usano i figli come arma di ricatto per continuare a commettere violenze.

Oggi sappiamo che cosa si dovrebbe fare, ma resta ancora difficile metterlo in pratica. Domenica notte Zinaida è stata uccisa e dobbiamo chiederci perché.

@nadiesdaa

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