Nell’ultimo post abbiamo tratteggiato in maniera sintetica le principali fonti normative, unionali e nazionali in materia di pesticidi, richiamando infine il Piano d’azione nazionale (Pan). Come si accennava, proprio in questi giorni, in Italia è aperta (almeno formalmente) la consultazione popolare sulla bozza del primo aggiornamento del Pan. E’ un testo che ha avuto una gestazione lunga – anche troppo – e travagliata. E, da una prima lettura, si ha la vaga sensazione che il parto non ne sia rimasto senza conseguenze.

Giusto qualche osservazione, a volo d’uccello. I Pan sono istituiti, su scala unionale, dalla direttiva n. 128/2009 finalizzata a garantire, già dal suo titolo, “l’utilizzo sostenibile dei pesticidi tenendo conto del principio di precauzione”. Nella rubrica della bozza del nuovo Pan italiano si legge, invece, solo di “uso sostenibile dei ‘prodotti fitosanitari’” (sic!). I pesticidi, quindi, cedono il passo ai ben più rassicuranti “prodotti fitosanitari”.

Insomma, come si intuisce ictu oculi dal secondo termine, “sanitario”, per i redattori del Piano si tratta di roba che ha la capacità di curare, fondamentalmente, non certo quella di far ammalare. Si obietterà che si tratta di mera questione terminologica, ma le parole sono importanti, com’è noto. Di più: in un testo normativo tendenzialmente sono pietre.

C’è poi l’altro elemento del titolo della direttiva, che fa crescere le perplessità di fondo sul Pan nostrano: nel testo nazionale, il principio di precauzione si è letteralmente dissolto. E non solo nel titolo, ma in tutto l’articolato. Anche qui, sarebbe operazione un po’ consolatoria degradare tutto a mero problema di forma non proprio curata da parte degli estensori.

In un elaborato normativo, in alcuni casi, quello che non c’è può essere altrettanto importante rispetto a quello che c’è. Questo assunto vale ancora di più quando si parla di uno strumento cruciale per orientare concretamente una politica pubblica in materia di tutela dell’ambiente e della salute in un senso o nell’altro; come il principio di precauzione, per l’appunto.

Altra questione: nella risoluzione del 12 febbraio scorso il Parlamento europeo avverte che “l’utilizzo sostenibile dei pesticidi non può essere realizzato senza tenere conto dell’esposizione umana a combinazioni di sostanze attive e coformulanti, nonché dei loro possibili effetti cumulativi, aggregati e sinergici sulla salute umana” (Considerando Q): è il cosiddetto, assai poco rassicurante, “effetto cocktail” tra sostanze presenti in uno stesso alimento o bevanda.

Sul punto, nel Pan, si fa un solo vago riferimento alla “problematica del multiresiduo” nella “Valutazione dell’impatto sanitario e ambientale dei prodotti fitosanitari”. Non pare chiarissimo, pertanto, su quali basi e soprattutto con quale direzione di marcia e priorità di obiettivi si debba effettuare quella valutazione “in relazione alla problematica del multiresiduo”.

Ancora, è notorio e serio il problema del cosiddetto “effetto deriva”, ossia la propagazione sostanzialmente incontrollata dei pesticidi all’indirizzo di abitazioni e luoghi abitati, nonché verso le aziende e le coltivazioni confinanti con quelle oggetto di trattamenti.

Sotto quest’ultimo profilo, la questione si fa particolarmente spinosa quando le coltivazioni limitrofe che subiscono i cascami delle irrorazioni sono di natura biologica. Le relative aziende, infatti, in presenza di residui di sostanze superiori ai limiti di legge rischiano concretamente di vedersi negata la qualifica di prodotti biologici, con conseguente – più o meno cospicuo a seconda dei casi – danno economico.

Per questa ragione, nella mozione approvata in modo bipartisan dalla Camera dei deputati dello scorso febbraio si chiede al governo di “assumere iniziative normative nell’ambito della revisione del Pan che stabiliscano le distanze minime di sicurezza dalle abitazioni, dai confini privati e dalle coltivazioni biologiche per evitare la contaminazione da pesticidi”.

Sul punto specifico, nel Pan, al paragrafo “A.2.4 – Rapporti tra le aziende agricole confinanti” (senza alcuna specifica previsione per le aziende bio) si prevedono solo “misure di mitigazione”: nessuna distanza di sicurezza dalle produzioni biologiche. Quanto ai “principali obiettivi quantitativi del Piano”, quello relativo alla “riduzione delle quantità di sostanze attive di prodotti fitosanitari prioritarie e 170 pericolose prioritarie immesse in commercio” – per citare solo uno dei più significativi – è fissato in un ardito 10% (dieci per cento!).

Infine, un elemento di metodo. Il Parlamento europeo, nella risoluzione su indicata, “esprime preoccupazione per il fatto che circa l’80% dei piani d’azione nazionali degli Stati membri non contenga informazioni specifiche su come quantificare il raggiungimento di molti degli obiettivi” (conclusione n. 6). Nel Pan in esame si parla di “obiettivi di lungo periodo in continuità con le azioni poste in essere con il primo ciclo di programmazione” (pag. 4).

Ecco, se gli estensori della bozza avessero impreziosito il loro dotto elaborato anche solo con qualche riga dedicata ai risultati ottenuti con le azioni del primo Piano – durato cinque anni – magari prendendosi addirittura la briga di spendere qualche parola sulla congruità dell’attuale quadro sanzionatorio contenuto nel D. Lvo 150/2012, avrebbero dato una gioia ai parlamentari europei. E a noi la speranza di trovarci di fronte a qualcosa in più dell’ennesimo libro dei sogni.

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