La sospensione dei lavori del Parlamento di Londra decisa da Boris Johnson è “illegale“. Si è pronunciata così la Corte di appello di Edimburgo, presso la quale era stato presentato un ricorso contro la “prorogation” voluta dal primo ministro britannico, in base alla cui decisione Westminster riaprirà i battenti solo il 14 ottobre, ad appena due settimane dalla data in cui è prevista l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, il 31 ottobre.

A giudizio del collegio scozzese composto da Lord Carloway, Lord Brodie e Lord Drummond Young, l’operato del governo ha rappresentato “un caso oltraggioso di violazione chiara degli standard di comportamento generalmente richiesti alle autorità pubbliche”. Non solo. Nel dispositivo si sostiene che le due vere “ragioni principali” dietro la sospensione siano state quella di “intralciare il Parlamento“, impedendogli “di legiferare e chiamare a rispondere l’esecutivo sulla Brexit”, e quella di consentire allo stesso esecutivo di perseguire la politica di una Brexit no deal “senza ulteriori interferenze”.

Valutazioni dal sapore anche politico, ma comunque legalmente assai pesanti, cui Downing Street ha risposto barricandosi. “Questa sentenza è deludente“, ha commentato una portavoce del premier, pur mostrandosi rispettoso e distanziandosi dalle presunte gole profonde dell’entourage johnsoniano che pare avessero avanzato il sospetto di una corte politicamente “partigiana”, per il contesto ambientale scozzese.

In ogni modo il governo, unica istituzione titolata a farlo, per ora non intende riconvocare le Camere. Quanto meno non prima della plateale resa dei conti conclusiva in calendario la settimana entrante dinanzi alla Corte Suprema, presso la quale è stato già preannunciato appello rispetto alla sentenza di Edimburgo; e presso la quale pende pure una contestazione di segno inverso presentata da un secondo schieramento di politici e militanti pro Remain, sotto la guida dell’attivista-imprenditrice Gina Miller, contro un verdetto tuttora vigente dell’Alta Corte di Londra che sullo stop al Parlamento aveva al contrario dato ragione al gabinetto Tory. Un’udienza di emergenza è in programma il 17 settembre per valutare sia i ricorsi presentati in Scozia e Inghilterra, che un terzo ricorso presentato in Irlanda del Nord.

Su BoJo, intanto, la bufera continua a montare. E ad alleggerirla non basta l’atteggiamento conciliante promesso dal suo governo almeno verso gli studenti universitari stranieri nel dopo Brexit, con l’impegno ad abolire alcune delle restrizioni anti immigrazione volute da Theresa May e consentire loro di restare liberamente oltremanica fino a due anni dopo la laurea.

Non basta perché c’è già chi parla di dimissioni forzate, se non di impeachment, per il neo primo ministro, laddove i giudici supremi dovessero dargli infine torto. E chi lo accusa ora di aver spudoratamente “ingannato la regina” nell’advice recapitato al castello di Balmoral per ottenere la necessaria (quanto istituzionalmente scontata) firma del Royal Assent sotto l’atto d’interruzione temporanea dei lavori parlamentari.

Mentre decine di deputati delle opposizioni – in testa il Labour e lo Scottish National Party – sono già tornati dimostrativamente a Westminster per protesta, “al lavoro”, anche se il palazzo resta al momento chiuso a ogni attività formale. Con l’obiettivo di cercare di riprenderne quanto prima il controllo, in modo da evitare il timore del no deal con un altro rinvio dell’uscita dall’Ue prima d’andare a elezioni o magari a un secondo referendum. Ma soprattutto con l’ambizione di mettere a questo punto Boris alla porta.

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