ArcelorMittal ha una nuova difficoltà: non riesce ad assicurare il fabbisogno giornaliero di materie prime per alimentare il siderurgico di Taranto a causa del sequestro di alcune banchine nel porto jonico in seguito al crollo di una gru che provocò la morte dell’operaio Cosimo Massaro lo scorso 10 luglio. Senza materiale ferroso e carbone, nonostante la marcia ridotta degli impianti per la crisi del mercato, il siderurgico non può produrre.

Mancano 30mila tonnellate al giorno – La multinazionale dell’acciaio è quindi andata a bussare a Brindisi. Il quantitativo che manca è infatti ingente, almeno 30mila tonnellate al giorno, e il problema – che durerà almeno fino alla primavera 2020 – dev’essere risolto con urgenza perché i materiali sbarcati a Taranto “non sono sufficienti ad assicurare livelli produttivi seppur ridotti”, si legge nei documenti presentati dall’azienda che dovrebbe occuparsi dello scarico. Ma i nuovi padroni dell’ex Ilva si sono visti sbattere in faccia la porta dal sindaco di Brindisi, Riccardo Rossi, che sulle battaglie ambientaliste e il “no al carbone” ha costruito la sua carriera politica fino all’elezione del giugno 2018 sostenuto da movimenti civici, Pd e Leu.

Brindisi “infrastruttura necessaria” – Senza materie prime non è possibile tenere in marcia gli altoforni. L’idea, visto il sequestro preventivo della procura di Taranto dopo l’incidente di luglio, è quella di far arrivare le navi con metalli, pellet e carbone nel porto adriatico. Brindisi, come si legge nei documenti inviati dall’Autorità Portuale al Comune e visionati da Ilfattoquotidiano.it, viene ritenuta una “infrastruttura necessaria” per raggiungere l’obiettivo “minimo” di “almeno 30mila tonnellate” al giorno di cui ha bisogno il siderurgico, che dopo la firma del presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha almeno risolto il problema dello ‘scudo’ penale.

Il porto ‘occupato’ per almeno 6 mesi – Da qui la richiesta di occupare per “6-8 mesi” due banchine del porto per ospitare “circa 4 navi al mese”, ognuna delle quali resterebbe attraccata per “4-5 giorni” e scaricherebbe metalli ferrosi e carbone direttamente nei camion che, una volta riempiti, partirebbero subito per Taranto, distante oltre 70 chilometri dall’altro capoluogo di provincia. Tradotto in numeri, spiega il sindaco Rossi, si parla di “centinaia” di tir che attraverserebbero una parte del territorio cittadino per poi imboccare la Statale 7 che sfiora diversi paesi delle due province prima di arrivare a Taranto.

Il no del sindaco ambientalista – Per questo, in vista della riunione convocata dall’Autorità Portuale del Mare Adriatico Meridionale per venerdì, assieme a Provincia, Capitaneria di porto, Ausl, Arpa Puglia e Vigili del Fuoco, il primo cittadino di Brindisi ha anticipato il “no” della sua amministrazione: “Siamo assolutamente contrari – protesta in un video su Facebook – all’uso del nostro porto per lo scarico di altro carbone necessario ad alimentare l’ex Ilva”. Brindisi, ricorda, “ha già pagato un prezzo altissimo (il riferimento è alla centrale Enel di Cerano, nda) e ha avviato una fase di decarbonizzazione che non vogliamo si fermi”. Oltre al fatto, conclude, che “non ci sembra neppure che sia accettabile, per una città che vuole puntare su passeggeri, croceristi e merci ‘pulite’, far scaricare il carbone proprio dove dovranno sbarcare i turisti. Senza contare l’inquinamento”.

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