Un ambito posto da professore associato, un concorso con un vincitore imprevisto e il pasticcio è fatto: a Verona una cattedra in letteratura francese diventa il simbolo di come a volte funziona (o meglio, non funziona) l’università italiana. Il dipartimento preferisce rinunciare al posto che aveva appena messo a bando piuttosto che assumere il candidato “sbagliato”. Ma questo strano “harakiri” accademico rischia di costare caro: l’amministrazione è stata condannata dal Tar per “acclarata illegittimità” e i giudici hanno anche deciso di girare le carte alla procura per le “valutazioni di competenza”.

Tutto inizia a marzo 2017, quando l’Ateneo di Verona indice una procedura per un posto di professore associato in Letteratura francese presso il Dipartimento di Lingue e letterature straniere. Al concorso si presentano in due: Paola Perazzolo, ricercatrice di ruolo dello stesso dipartimento, e Riccardo Benedettini, che ha svolto lì diversi incarichi (assegni di ricerca o contratti di insegnamento) ma non è strutturato. La prima è un’interna, il secondo un esterno. Entrambi risultano “idonei” ma i giudizi della commissione sono abbastanza netti in favore di quest’ultimo: a Benedettini “ottimo” sia per curriculum e pubblicazioni che per attività e prova didattica, solo “discreto” e “sufficiente” a Perazzolo. Per la commissione c’è un chiaro vincitore. Non per il dipartimento, però, che sembra fare di tutto per evitare la sua “chiamata”.

Il consiglio si riunisce una prima volta il 26 aprile, ma manca il numero legale e non se ne fa nulla. Passa un mese e il consiglio si riunisce di nuovo il 24 maggio: stavolta i membri ci sono ma sembrano decisamente poco convinti dell’esito del concorso. C’è chi si chiede come sia stato possibile giudicare solo “sufficiente” l’attività della ricercatrice  “nei tanti anni di lavoro presso l’Ateneo”, chi mette in dubbio l’utilità della prova didattica, chi si preoccupa della “futura condizione” della dottoressa Perazzolo. Alla fine si decide di votare la nomina di Benedettini, come previsto dall’iter, ma con voto segreto: nel segreto dell’urna il suo nome viene respinto. Non va meglio a luglio: manca di nuovo il quorum per votare. I mesi scorrono, la situazione diventa sempre più imbarazzante quando anche al consiglio di novembre la chiamata di Benedettini viene bocciata, così il direttore di dipartimento, la professoressa Facchinetti, propone la soluzione giusta: a guardar meglio, quella cattedra da professore associato non serve più; ci sono vari insegnamenti in via di esaurimento, le “esigenze didattiche sono venute meno”, tanto vale annullare il posto.

Non è chiaro se l’avversione nei confronti del vincitore fosse dovuta a una questione personale o tecnica, visto che la chiamata di un esterno costa più in termini di “punti organico” (0,70 contro i 0,20 per stabilizzare un interno). Il dipartimento ha facoltà di non procedere alla chiamata del candidato indicato dalla commissione, a patto però di motivare la sua scelta. In questo caso, invece, l’impressione è che abbia preferito rinunciare al posto, piuttosto che assumere il candidato “sbagliato”. Il sospetto dev’essere venuto pure al diretto interessato, che ha fatto ricorso prima contro la mancata chiamata, poi contro l’annullamento della cattedra. Il tribunale gli ha dato ragione.

La sentenza del Tar mette in luce diverse anomalie. A partire proprio dalla rinuncia al posto, viziata da dati sbagliati: in Consiglio sono stati portati a sostegno della mancata utilità della cattedra alcuni corsi di insegnamento con poche verbalizzazioni d’esame, ma le cifre erano errate, come hanno fatto notare alcuni degli stessi professori (pure il senato accademico non aveva evidenziato alcun corso da disattivare). “La mancata chiamata”, spiegano i giudici, non è stata la conseguenza della “soppressione del posto” ma il contrario,  con “evidente stravolgimento sul piano logico”.  Ingiustificato anche il ricorso al voto segreto con cui è stata bocciata la nomina. Così il Tar ha condannato l’Università di Verona per “l’acclarata illegittimità delle deliberazioni”: “La mancata approvazione della proposta di chiamata – si legge – costituisce un indubbio arresto che impedisce il fisiologico evolversi del procedimento”.

Adesso che succede? Secondo la sentenza dello scorso marzo, l’amministrazione deve “rinnovare il procedimento”. La nomina però non si è ancora sbloccata. La settimana scorsa il consiglio ha ridiscusso nuovamente la questione senza prendere provvedimenti definitivi. “La situazione è serena, credo possa risolversi entro fine giugno”, spiega al fattoquotidiano.it la nuova direttrice Alessandra Tomaselli, che ha ereditato la grana. “L’amministrazione ottempererà alla sentenza”. Come, però, non lo dice: la soluzione dovrebbe essere la chiamata di Benedettini, ma per qualcuno rispettare la sentenza potrebbe anche voler dire procedere all’annullamento del posto nel modo corretto (visto che pure su questo provvedimento sono stati avanzati dei vizi formali). I giudici si sono già espressi, presto potrebbe attivarsi la procura. Intanto il professore in pectore aspetta ancora giustizia. Cioè solo la sua cattedra in letteratura francese.

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