Hanno innescato il referendum, quello che nel 2016 ha sancito la volontà del Regno Unito di lasciare l’Europa. E dopo il paradosso di essersi presentati alle elezioni per il rinnovo dell’Eurocamera mentre erano i promotori del leave, il Brexit Party rappresenta la grande ondata sovranista di queste elezioni e certifica la catastrofe dei Tories della premier dimissionaria Theresa May. La formazione di Nigel Farage sfonda col 32% dei voti, mentre i conservatori si avviano a un crollo verticale, con un record negativo dii appena l’8%. E arretra pesantemente, attorno al 15%, il Labour di Jeremy Corbyn, in mezzo al guado su dossier Brexit, che si ritrova sorpassato al secondo posto dagli europeisti Libdem (20% circa).

Sul fronte dei pro Remain irriducibili – aggrappati alla richiesta di una rivincita referendaria – crescono pure i Verdi, meglio dei conservatori all’11%. Mentre delude Change Uk, neonata forza centrista formata da un’improvvisata fusione di transfughi di Tory e Labour e si consolidano semmai nei rispettivi territori gli indipendentisti scozzesi dell’Snp e gallesi di Plaid Cymru: ostili al divorzio da Bruxelles, favorevoli a quello da Londra.

I risultati, arrivati a scoppio ritardato sull’isola, dove in effetti si è votato giovedì 23, ma con scrutinio congelato fino alla chiusura delle urne in tutti gli altri 27 Paesi, sono il frutto in effetti di un contesto molto particolare e per certi versi casuale. Trattandosi di una consultazione segnata da un’affluenza storicamente molto più bassa rispetto al voto nazionale (quest’anno solo in leggera ascesa attorno al 37%), dal sistema di voto proporzionale totalmente diverso rispetto a quello nazionale e da un contesto monotematico: sullo sfondo di quella polarizzazione ‘Brexit sì-Brexit no’ che l’impasse parlamentare sulla ratifica dell’addio all’Unione mantiene viva.

Una consultazione destinata comunque a condizionare nelle prossime settimane la corsa alla successione di Theresa May alla guida del partito conservatore e poi del governo. E a rafforzare inevitabilmente le chance dei candidati euroscettici, Boris Johnson in testa, dato il salasso di voti Tory verso Farage. La delusione viene del resto a galla pure per Labour, dalle cui file John McDonnell, cancelliere dello Scacchiere ombra (e braccio destro di Corbyn, che proprio oggi compiva 70 anni), aveva evocato ancor prima dell’apertura delle urne “una bella legnata”. Nel partito salgono le voci di chi chiede al leader di schierarsi a questo punto decisamente in favore di un secondo referendum sulla Brexit, tanto più di fronte allo scenario del possibile ingresso a fine luglio a Downing Street al posto della May di un premier “brexiteer estremista” non alieno all’idea di un traumatico divorzio no deal dall’Ue. Anche se l’epilogo più immediato dei prossimi mesi potrebbe essere alla fin fine quella di elezioni nazionali anticipate nel Regno: nelle quali il sistema del maggioritario secco e dei collegi uninominali diventerebbe davvero una prova di equilibrismo per un partito costretto a rivolgersi grosso modo a due terzi di elettori tradizionali europeisti e a un terzo di pro Brexit.