La querela presentata da Matteo Salvini nei confronti di Francesco Belsito va estesa anche a Umberto Bossi e al figlio Renzo. Lo sostiene la Procura generale di Milano che ha impugnato la sentenza con cui nel gennaio scorso la corte d’Appello ha dichiarato il non luogo a procedere i due Bossi e condannato l’ex tesoriere Francesco Belsito. Le motivazioni di quella sentenza sono state depositate venerdì scorse. Condannati in primo grado per l’uso a fini personali dei fondi del partito, i Bossi erano stati salvati dalla mossa di Salvini. Le nuove norme sull’appropriazione indebita approvate dal governo del Pd – nel frattempo modificate su input del guardasigilli Alfonso Bonafede – prevedevano infatti la necessaria querela di parte per perseguire quel tipo di reato.

“La querela per Belsito va estesa ai Bossi” – Come aveva raccontato Ilfattoquotidiano.it, quindi, il Carroccio aveva graziato i Bossi, rispettando il patto firmato quattro anni fa: una scrittura privata impegnava infatti l’attuale segretario Salvini a tutelare il padre della Lega. Un impegno messo nero su bianco il 26 febbraio del 2014 e sottoscritto da Salvini, dall’allora segretario amministrativo Stefano Stefani, da Bossi e dallo storico avvocato del Senatùr, Matteo Brigandì. In quattro fogli si firmava la pace tra vecchia e nuova Lega: Brigandì rinunciava a rivendicare una parcella milionaria per aver difeso il partito dal 2000 al 2013 e in cambio l’attuale segretario sottoscriveva – tra le altre cose – il seguente impegno : “Il procedimento penale pendente avanti il tribunale di Milano ove Bossi è difeso da Brigandì, non avrà, da questo momento, alcuna interferenza da parte della Lega che non intende proporre azione risarcitoria nei confronti di alcuno dei membri della famiglia Bossi”. Con una querela di parte contro i Bossi, Salvini avrebbe interferito senza dubbio nel procedimento milanese. Querelando solo Belsito, invece, ha “salvato” il senatùr. La procura generale di Milano, però, sostiene che la querela del Carroccio per Belsito va estesa anche a Umberto e Renzo Bossi per attrazione.

Le motivazioni dei giudici: “Bossi consapevole concorrente” – Nelle motivazioni della sentenza di primo grado i giudici bollarono Bossi come “consapevole concorrente, se non addirittura istigatore, delle condotte di appropriazione del denaro” della Lega Nord, che era proveniente “dalle casse dello Stato”. Appropriazioni “per coprire spese di esclusivo interesse personale” suo e della sua “famiglia”. Condotte portate avanti “nell’ambito di un movimento” cresciuto – scrivono i giudici nelle motivazioni della condanna a 2 anni e 3 mesi – “raccogliendo consensi” come opposizione “al malcostume dei partiti tradizionali“.  Nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, la corte d’Appello ribadisce che il segretario di un partito non può disporre “a suo piacimento” dei fondi versati dagli associati o erogati dai presidenti di Camera o Senato come “rimborso delle spese elettorali”. Secondo i giudici di secondo grado Belsito era “letteralmente terrorizzato di essere rimosso dall’incarico di Tesoriere della Lega, soprattutto a causa dei controlli che alcuni esponenti della Lega , e in particolare Roberto Castelli, membro del Comitato Amministrativo, volevano realizzare sull’intera gestione delle risorse del partito, con il grave ed attuale rischio di portare alla luce le gravi irregolarità e el ingenti appropriazioni di fondirealizzate da Belsito in favore della famiglia Bossi, oltre che in favore di se stesso”. Da quanto è emerso dalle indagini, dalle intercettazioni e dalle ammissioni dello steso Belsito, lui e la storica segretaria di Umberto Bossi, Nadia Dagrada, puntavano bloccare questi controlli. Belsito e Dagrada erano d’accordo nel “rappresentare a Bossi l’urgenza di fermare l’operato di Castelli, dato che ci sono di mezzo anche i soldi consegnati da lui ed alla sua famiglia”, punto sul quale era d’accordo anche Daniela Cantamessa, anche assunta alla segreteria della lega.

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