Il segretario di un partito non può disporre “a suo piacimento” dei fondi versati dagli associati o erogati dai presidenti di Camera o Senato come “rimborso delle spese elettorali”. È ribadito nelle motivazioni con cui, in assenza della querela da parte dell’attuale leader della Lega Matteo Salvini e necessaria ai fini del processo, lo scorso gennaio è stato dichiarato in appello il non luogo a procedere per Umberto Bossi e il figlio Renzo condannati in primo grado per l’uso dei soldi del Carroccio per spese personali. Il 23 gennaio 2019 i giudici quindi avevano dichiarato il non luogo a procedere per i due Bossi e condannato l’ex tesoriere Francesco Belsito. Con il verdetto milanese aveva di fatto vinto il patto privato a danno dello Stato tra l’attuale segretario del Carroccio e il padre fondatore.  Il partito padano, guidato dal vicepremier, aveva presentato la denuncia nei soli confronti dell’ex amministratore per cui i giudici hanno rideterminato la condanna a un anno e 8 mesi e 750 euro di multa pena sospesa.

Secondo i giudici di secondo grado Belsito era “letteralmente terrorizzato di essere rimosso dall’incarico di Tesoriere della Lega, soprattutto a causa dei controlli che alcuni esponenti della Lega , e in particolare Roberto Castelli, membro del Comitato Amministrativo, volevano realizzare sull’intera gestione delle risorse del partito, con il grave ed attuale rischio di portare alla luce le gravi irregolarità e el ingenti appropriazioni di fondi realizzate da Belsito in favore della famiglia Bossi, oltre che in favore di se stesso”. Da quanto è emerso dalle indagini, dalle intercettazioni e dalle ammissioni dello steso Belsito, lui e la storica segretaria di Umberto Bossi, Nadia Dagrada, puntavano bloccare questi controlli. Belsito e Dagrada erano d’accordo nel “rappresentare a Bossi l’urgenza di fermare l’operato di Castelli, dato che ci sono di mezzo anche i soldi consegnati da lui ed alla sua famiglia”, punto sul quale era d’accordo anche Daniela Cantamessa, anche assunta alla segreteria della lega.

Come aveva raccontato Ilfattoquotidiano.it, il Carroccio aveva provato a graziare il Senatùr, rispettando il patto firmato quattro anni fa: una scrittura privata impegnava infatti l’attuale segretario, Matteo Salvini, a tutelare il padre della Lega, travolto dalle inchieste giudiziarie ma ancora molto influente tra i leghisti duri e puri. Rapporti messi nero su bianco il 26 febbraio del 2014 e sottoscritti  da Salvini, dall’allora segretario amministrativo Stefano Stefani, da Bossi e dallo storico avvocato del Senatùr, Matteo Brigandì. In quattro fogli si firmava la pace tra vecchia e nuova Lega: Brigandì rinunciava a rivendicare una parcella milionaria per aver difeso il partito dal 2000 al 2013 e in cambio l’attuale segretario assicurava a Bossi una “quota” pari al 20% delle candidature in posizione di probabile elezione, più uno stipendio da presidente di partito pari a 450mila euro l’anno come “agibilità politica”.

Ma di particolare attualità era soprattutto il punto 7 di quella scrittura privata: “Il procedimento penale pendente avanti il tribunale di Milano ove Bossi è difeso da Brigandì, non avrà, da questo momento, alcuna interferenza da parte della Lega che non intende proporre azione risarcitoria nei confronti di alcuno dei membri della famiglia Bossi”. Con una querela di parte contro i Bossi, Salvini avrebbe interferito senza dubbio nel procedimento milanese. Nelle motivazioni della sentenza di primo grado i giudici bollarono Umberto Bossi come “consapevole concorrente, se non addirittura istigatore, delle condotte di appropriazione del denaro” della Lega Nord, che, ricordiamolo, era proveniente “dalle casse dello Stato”. Appropriazioni “per coprire spese di esclusivo interesse personale” suo e della sua “famiglia”. Condotte portate avanti “nell’ambito di un movimento” cresciuto – scrivono i giudici nelle motivazioni della condanna a 2 anni e 3 mesi – “raccogliendo consensi” come opposizione “al malcostume dei partiti tradizionali“.

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