È con l’arrivo Mario Monti si comincia a fare sul serio. Arriva il decreto spending review: tra gli obiettivi c’è quello di accorpare 35 enti intermedi. Il ministro Filippo Patroni Griffi si presenta in conferenza stampa con tanto di cartina geografica ma raccoglie qualche ironica battuta: nel piano del governo andrebbero fuse anche le province di Pisa e Livorno, che – per usare un eufemismo – storicamente non si amano. Non se ne farà nulla, anche perché nel frattempo le Regioni vincono il ricorso davanti alla Corte costituzionale. La questione è rinviata al nuovo governo. La morte delle province viene prima annunciata dall’esecutivo di Enrico Letta: anche lì niente da fare.  Anche perché nel frattempo va in scena la congiura di Renzi. Sarà l’ex sindaco di Firenze con il fidato Delrio ad abolire le province per decreto. In realtà non è vero: le province continuano ad esistere ma vengono svuotate delle competenze. Passa quasi tutto a comuni e regioni, tranne l’edilizia scolastica, i trasporti e l’ambiente. In più vengono abolite le elezioni. I consigli provinciali, infatti, vengono trasformati in Assemblee dei sindaci: doveva essere il primo passo verso la cancellazione definitiva in attesa che il popolo ratificasse la riforma della Costituzione di Maria Elena Boschi

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