Aveva detto che sarebbero stati gli avvocati a decidere. Evidentemente hanno scelto esattamente per come si era impegnato a fare lui, in quella scrittura privata sottoscritta il 26 febbraio del 2014. La Lega di Matteo Salvini non ha presentato querela nei confronti di Umberto e Renzo Bossi, imputati al processo d’appello di Milano. Una denuncia da parte del Carroccio è stata depositata soltanto nei confronti dell’ex tesoriere Francesco Belsito. Sono tutti accusati di appropriazione indebita, reato che dopo la riforma Orlando per essere perseguito prevede la querela della parte offesa. In caso contrario il processo si estingue. Via Bellerio aveva tempo fino al 30 novembre per depositare il proprio esposto: che è arrivato a tre giorni dall’ultimo termine utile per non fare andare in fumo il processo. E 24 ore dopo la sentenza d’appello di Genova: è il processo gemello di Milano, solo che nel capoluogo ligure solo Belsito è accusato di appropriazione indebita. Bossi invece risponde di truffa. Per questo motivo l’estate scorsa Salvini aveva denunciato l’ex tesoriere. E ieri la corte d’appello di Genova ha condannato tutti gli imputati.

Video di Manolo Lanaro

L’attrazione che avrebbe inguaiato i Bossi – A Milano la Lega non ha querelato i Bossi, il processo sarebbero andato avanti anche per gli altri due imputati perché lo prevede la cosiddetta “attrazione del reato” (articolo 123 del codice penale): l’appropriazione indebita, infatti, è stata compiuta in concorso tra il senatur, il “Trota” e l’ex tesoriere. Per questo motivo in primo grado il 27 luglio del 2017 Bossi era stato condannato a 2 anni e 3 mesi, il figlio Renzo a 1 anno e 6 mesi e Belsito a 2 anni e sei mesi. Ma i legali del Caroccio hanno presentato una denuncia – come riporta il Corriere della Sera – per i capi di imputazione che riguardano solo Belsito che sono una ottantina contro i circa 200 in totale. La mancata querela di Salvini nei confronti della famiglia del fondatore della Lega, dunque, ha un valore sia politico che giudiziario. Ed era prevista da un contratto siglato dall’attuale ministro dell’Interno con Bossi, il suo ex avvocato Matteo Brigandì e l’allora tesoriere Stefano Stefani. “Il procedimento penale pendente avanti il tribunale di Milano ove Bossi è difeso da Brigandì, non avrà, da questo momento, alcuna interferenza da parte della Lega che non intende proporre azione risarcitoria nei confronti di alcuno dei membri della famiglia Bossi”, c’era scritto al punto 7 di quell’accordo. Era la pace tra Lega del passato e Lega del futuro: Salvini, almeno formalmente, l’ha rispettata. Nessun atto da parte del Sole delle Alpi è stato depositato contro il suo ideatore.

“Bossi era istigatore dell’appropriazione del denaro” – Diversa la questione a livello giuridico. Perché l’attuale leader del Carroccio non ha querelato gli imputati principali dell’inchiesta The Family? Era il nome stampato sulla cartellina in cui Belsito custodiva le spese della famiglia Bossi, dal fondatore Umberto in giù: dalle multe alle mutande, per intenderci. Secondo i giudici di primo grado, infatti, Bossi è stato “consapevole concorrente, se non addirittura istigatore, delle condotte di appropriazione del denaro” dell’allora Lega Nord, ma proveniente “dalle casse dello Stato”, “per coprire spese di esclusivo interesse personale” suo e della sua “famiglia”. Condotte portate avanti “nell’ambito di un movimento” cresciuto – scrivevano i giudici nelle motivazioni – “raccogliendo consensi” come opposizione “al malcostume dei partiti tradizionali“. Secondo l’accusa tra il 2009 e il 2011, l’ex tesoriere Belsito si sarebbe appropriato di circa mezzo milione di euro, mentre l’ex leader del Carroccio avrebbe speso con i fondi del partito oltre 208mila euro. A Bossi jr erano stati addebitati, invece, più di 145mila euro. Nelle motivazioni il giudice sottolineava che “non si può ignorare il disvalore delle condotte” contestate ai tre imputati “poste in essere con riferimento alle elargizioni provenienti dalle casse dello Stato”. Sempre nelle motivazioni della sentenza di primo grado, tra l’altro, il Tribunale aveva ricordato anche che il partito non si fosse costituito parte civile nel processo per chiedere i danni, facendo presente, tuttavia, che “la decisione di non innestare nel presente processo l’azione civile ben può essere dipesa da valutazioni di ordine diverso, che nulla hanno a che vedere con la fondatezza dell’azione penale” e, dunque, “in questa sede non interessano”.

Scritture private, faide e posti in lista – Quali erano le “valutazioni di ordine diverso”? Probabilmente le stesse che adesso hanno spinto Salvini a non querelare l’uomo che gli ha dato “la voglia, il coraggio e le idee”. Anche se quella scrittura privata è stata in gran parte disattesa, infatti, negli ultimi mesi l’attuale leader del partito di Alberto da Giussano è tornato a stringere i rapporti con il suo fondatore. Una vicinanza rinsaldata nello stesso periodo in cui Bossi ha smesso di farsi difendere da Brigandì: l’avvocato è autore di quella scrittura privata, sottoscritta da Salvini in cambio della sua rinuncia a una parcella milionaria per aver difeso il partito dal 2000 al 2013. Pretese che in passato avevano impensierito il Carroccio – gestito da Roberto Maroni – a causa dei micidiali decreti ingiuntivi del legale. Che dopo quasi 20 anni ha abbandonato la difesa di Bossi e poco dopo è finito processo per patrocinio infedele e autoriciclaggio. Erano i mesi in cui sui giornali filtrava la concreta possibilità di una mancata ricandidatura di Bossi da parte di Carroccio. “Se ricandido Bossi? Chi è d’accordo con la battaglia del movimento, ovviamente, avrà spazio nel movimento. Quindi, chiedetelo a lui. Se continua a dire che la Lega sbaglia, che Salvini è un cretino, che bisogna fare la secessione, che bisogna fregarsene di quello che succede a Roma, a Napoli, a Taranto, a Palermo o ai terremotati di Abruzzo, io non sono d’accordo”, minacciava Salvini nel dicembre del 2017. Il senatur – raccontavano i retroscena – sarebbe stato candidato nelle liste di Forza Italia dall’amico Silvio Berlusconi. Alla fine, invece, il nuovo numero uno del Carroccio ha deciso di “salvare” il suo fondatore. “Perché nella vita come in politica il rispetto e la riconoscenza valgono più della convenienza elettorale”, annunciava a fine gennaio. Quindici giorni dopo ecco che via Bellerio si costituiva parte civile contro Brigandì, nel frattempo rinviato a giudizio sempre a Milano ed estromesso da pochissimo dal collegio difensivo di Bossi. Quindi – alla prima Pontida da vicepresidente del consiglio – Salvini aveva addirittura citato pubblicamente il senatur: “Non finirò mai di ringraziare chi mi ha dato la voglia, il coraggio, le idee per cominciare che non ha altro nome che Umberto Bossi“. Si può denunciare l’uomo che ti ha dato la voglia, il coraggio e le idee? No, non si può.

Aggiornato da redazione web alle 13.35 del 28 novembre 2018

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