Che cosa si prova nel sentirsi un precursore, ruolo che l’amico Luca Mercalli talvolta mi affibbia? “Pessimismo e fastidio” avrebbe biascicato Rufus Nocera dei Cavalli Marci, uno dei gruppi comici italiani più divertenti di fine millennio. Quando iniziai a scrivere un saggio divulgativo sul clima che cambia, fui spernacchiato da autorevoli critici che dominavano la divulgazione scientifica dell’epoca: un tema obsoleto, una moda estemporanea, una scienza d’occasione, senza futuro. Era la fine degli anni 80.

Secondo Jorge Louis Borges “ogni autore crea i suoi precursori. La sua opera modifica la concezione del passato, come modificherà il futuro”. Per questo motivo fanno tenerezza le statue bifronti che si aggirano sulla scena: adoratori e detrattori del movimento Fridays for Future, a senso unico alternato. Oggi le treccine di Greta vengono indossate anche da qualcuno che aveva giudicato con favore l’iniziativa in Senato dello scorso novembre, dove gli “impatti ambientali del cambiamento climatico: evidenze storiche e attuali” avrebbero esibito una hit parade di visioni negazioniste. Lo stesso Senato che ha accolto Greta come una pop star. Pazienza. 

Hanno idee chiare i giovani dei diversi e sfaccettati movimenti che, come Fridays for Future, stanno nascendo attorno al tema della sopravvivenza della specie umana di fronte al progressivo sfruttamento delle risorse del pianeta, aria e acqua comprese. Percepiscono come vitali le questioni aperte dalla produzione agricola, dalla dieta umana, dalla fragilità urbana, dalle migrazioni climatiche, dai rischi sanitari legati a ondate di calore, qualità dell’aria, malattie trasmesse dagli insetti, scarsità idrica, eventi meteorologici estremi, nutrizione e stress mentale. Ma non trovano una rappresentanza politica, perché le voci della politica attive in campo ambientale sono flebili, ovunque nel mondo. Del tutto assenti in Italia. La troveranno? Per esempio, gli attivisti della Worldwide Exctintion Rebellion sono fiduciosi, ancorché presenti in gran parte del globo men che dalla parti nostre. In passato i movimenti ambientalisti, sia radicali sia moderati, hanno tracciato parabole irrilevanti, comete impalpabili. E costruire una consapevolezza planetaria su questo tema, pur vitale, è una sfida quasi impossibile, in un’epoca che eleva lo sciovinismo a religione.

Chi governa, gradisce solo l’immediatezza del twittaggio e del likeggio, non ha alcun trasporto verso gli scenari a medio e lungo termine, soprattutto se poco piacevoli, come quello che prefigura una caduta del 57% della produzione olivicola italiana a causa del cambiamento del clima. Qualcuno la battezzerà una bufala. Altri autorevoli commentatori potranno affermare con certezza che il burro può tranquillamente sostituire l’olio d’oliva, magari accompagnato da una pillola di statina. In fondo, si tratta di nostalgici della propria giovinezza, ispirati dalla nostalgia per Marlon Brando in Ultimo tango a Parigi. E ci sarà chi, per un pugno di voti, cavalcherà invece la questione prendendo in giro gli olivicoltori, ma incapace di fare qualcosa di concreto tranne qualche elemosina.

I movimenti giovanili hanno il futuro davanti a sé e traguardano il lungo periodo: solo una riduzione drastica delle emissioni può salvare la Terra, nella seconda metà del secolo, da impatti disastrosi su ogni fonte della vita individuale e collettiva. Una visione giusta e urgente. L’inerzia termica degli oceani rallenta il tasso di surriscaldamento del pianeta, è la memoria “lunga” del sistema climatico. Il clima che sperimentiamo oggi è stato innescato da 20 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente all’anno, quelle che venivano emesse dall’umanità alla fine degli anni 80, mentre le emissioni stanno per toccare quota 40 miliardi. E la concentrazione di CO2, che oggi sfiora 415 ppm, viaggiava attorno a 355 ppm nel 1992, anno del Summit di Rio de Janeiro: la Terra non ha mai sperimentato una crescita di 2 ppm all’anno.

I giovani non dovrebbero però dimenticare ciò che scrissi 30 anni fa: senza politiche di adattamento condivise e previdenti, locali e diffuse, eque e capillari, anche il futuro a breve e medio termine diventa un’incognita preoccupante. In parte, lo è già, se guardiamo all’impatto degli eventi estremi negli anni Dieci di questo secolo. L’inerzia politica che si somma all’inerzia climatica si chiama complicità: il palo della banda è altrettanto colpevole del compare che irrompe in banca con la pistola spianata.

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