Venivano picchiati, feriti, costretti a bere sangue misto ad alcol e lacrime. Poi recitavano un rito d’iniziazione con tanto di formula: e diventavano mafiosi. Mafiosi nigeriani nel Paese che le mafie le ha inventate. Ha svelato i segreti della mafia nigeriana l’ultima inchiesta della procura di Palermo, che ha portato al fermo di 17 persone: dieci, però, sono ancora ricercate. L’inchiesta del procuratore Francesco Lo Voi, dell’aggiunto Salvatore De Luca e dei sostituti Gaspare Spedale e Giulia Beux ha colpito la Elye Supreme Confraternity. Si tratta di una delle più importanti mafie africane, storicamente contrapposta alla Black Axe, il clan più noto tra i nigeriani, al quale Fq Millennium aveva dedicato un’inchiesta esclusiva, pubblicando i verbali Austine Johnbull, il primo pentito africano.

Racconti che arrivavano direttamente dall’interno di Black Axe.  Anche l’indagine su Eye ha beneficiato delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che ha ricostruito un’associazione molto simile nella sua organizzazione e nei suoi rituali a Black Axe. “Abitamente giuro di sostenere Eiye confraternita moralmente, spiritualmente, finanziariamente e in qualsiasi altro modo e se non lo faccio che il vulture (avvoltoio) spietato mi strappasse gli occhi. Da oggi giuro di sostenere questa confraternita con tutto il mio cuore con fiducia e convinzione e fratellanza”. Questa la formula di giuramento degli affiliati alla mafia nigeriana che dovevano pronunciare al termine del rito violento a cui venivano sottoposti i nuovi adepti. Così come avveniva per Black Axe, anche in Eye l’aspirante mafioso è sottoposto a un rito d’iniziazione:  uno di questi è stato registrato da una microspia piazzata nel quartiere palermitano di Ballarò dagli agenti della squadra mobile di Palermo. La cellula operava anche a Napoli, Torino, Cagliari, Catania, Caltanissetta e in provincia di Treviso. Nel rito d’iniziazione registrato dalla polizia, l’aspirante membro viene spogliato e spinto a terra, preso a calci e pugni, ferito con un rasoio e poi costretto a bere un intruglio composto dal suo sangue, dalle lacrime – sollecitate dallo strofinio di peperoncino contro gli occhi – e anche di alcol e tapioca.

A raccontare i retroscena di Eye è uno dei due pentiti che hanno collaborato con le indagini.  “La notte in cui sono entrato negli Eiye è stata tremenda. Ero fuori, mi hanno bendato e fatto stendere per terra, hanno preso un bastone e mi hanno picchiato in tutto il corpo. Mi hanno tolto la benda, mi hanno aperto gli occhi e mi hanno sputato qualcosa dentro, come del pepe. Io non riuscivo a vedere, mi davano schiaffi sulle orecchie, io volevo aprire gli occhi perché volevo che smettessero”, ha detto il testimone ai pm.  “Ho aperto gli occhi, ho visto una persona che sembrava un ombra – racconta ancora -. Poi ho visto che mi facevano vedere le dita di una mano e mi chiedevano di dire quante ne vedevo. Ho detto 3, 4, 5 e poi mi hanno detto che ero ‘rugged’, che ero un membro e mi hanno sollevato”. Un’escalation di violenza fino al giuramento finale.  “Le dichiarazioni dei collaboratori e le risultanze investigative acquisite nel corso delle lunghe indagini espletate hanno consentito di accertare come anche la cellula dell’associazione operante in territorio siciliano, al pari di quelle attive in Nigeria e in altre parti di Italia, ad esempio nel torinese e in Sardegna, si caratterizzi per modalità operative connotate dall’uso sistematico della violenza e della prevaricazione e dalla continua riaffermazione della segretezza del vincolo associativo”, scrivono i pm nel provvedimento, sottolineando che “l’atteggiamento omertoso normalmente tenuto non solo dagli affiliati ma anche degli altri nigeriani estranei al gruppo criminale, modalità operative che la rendono capace di esercitare un penetrante controllo sulla comunità nigeriana presente sul territorio grazie alla forza di intimidazione e al timore che il vincolo associativo incute a tutti i suoi appartenenti interni ed esterni al sodalizio”.

Secondo i  magistrati quello delle mafie nigeriane è un problema ben lontanto da una soluzione. “Con l’immigrazione in Italia di numerosi cittadini nigeriani anche rappresentanti di questi gruppi cultisti si sono radicati nelle nostre città seguendo logiche organizzative di tipo gerarchico e territoriale esistono dei rappresentanti nazionali regionali e locali organizzati fra loro in modo gerarchico”,  spiegano gli inquirenti nel provvedimento di fermo. “Esistono degli organi collegiali al cui interno si individuano figure ben delineate cui sono rimesse le scelte fondamentali dell’associazione e le affiliazioni di nuovi aspiranti che seguono uno specifico rituale in relazione al diverso cult”, dicono gli inquirenti.

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