Sui rifiuti, “Roma è sotto l’attacco di un sistema criminale”. Lo lascia intendere Virginia Raggi, lo affermano a chiare lettere i deputati del M5S. Tutti, in Campidoglio sono convinti che la pista sia “dolosa”. I magistrati della Procura di Roma, dal canto loro, non escludono a priori il “sabotaggio”, ma nel senso che non scartano alcuna ipotesi poiché gli elementi sono ancora troppo pochi. Insomma: zero idee chiare. Fatto sta che l’incendio scoppiato domenica sera nell’impianto di trattamento di rifiuti di Rocca Cencia ha riaperto l’ennesima ferita nell’amministrazione capitolina, riportando in auge lo spettro dell’emergenza rifiuti, faticosamente nascosto sotto il tappeto delle trasferenze provvisorie successive al ben più rovinoso rogo di salario, l’11 dicembre scorso. Al contrario del tmb di Roma Nord, dove era presente un impianto di videosorveglianza – misteriosamente staccato tre giorni prima del rogo – in questo caso l’impianto di Rocca Cencia non era dotato di telecamere a circuito chiuso, ma solo di una vigilanza armata “raddoppiata di recente”, come spiega Ama Spa. Ora, con metà impianto fuori uso e comunque sotto sequestro cautelare della magistratura, ancora una volta la società capitolina dovrà rivolgersi ai privati e, in particolar modo, agli impianti del “ras della monnezza”, Manlio Cerroni.

LO STATO DELL’IMPIANTO – Al termine di una giornata di sopralluoghi, alla fine i tecnici Ama sono riusciti a reputare recuperabile in pochi giorni il funzionamento di una delle due vasche di ricezione dei rifiuti, quella ovviamente non toccata dall’incendio. A preoccupare erano le condizioni del cosiddetto “polipo”, la gru con la quale si manovrano i rifiuti, parzialmente aggredito dalle fiamme ma per fortuna riparabile in tempi celeri. Discorso diverso per l’altra vasca. Anche in questo caso, il funzionamento non è stato messo in discussione dall’incendio, ma come prevedibile l’area è stata posta sotto sequestro preventivo dall’autorità giudiziaria. Dunque, è impossibile sapere quando i magistrati la libereranno. Il tmb di Rocca Cencia trattava circa 700 tonnellate di rifiuti al giorno. In queste ore, l’immondizia indifferenziata è virata presso i due tmb di Malagrotta, di proprietà del Colari di Manlio Cerroni, e nel limitrofo tritovagliatore sempre a Rocca Cencia e sempre di proprietà del “Supremo” (anche se gestito dalla ditta Porcarelli srl). Pur scendendo a 300-400 tonnellate al giorno, resterà la necessità di chiedere ulteriormente l’aiuto dei privati oppure sfruttare il credito aperto con la Regione Abruzzo su disposizione dell’ex assessora all’Ambiente, Pinuccia Montanari. In pratica, si tratta delle stesse soluzioni prese all’indomani del rogo che ha distrutto Salario. “La Regione Lazio è pronta a fare la sua parte e a collaborare per il bene della città”, ha detto l’assessore regionale, Massimiliano Valeriani, prima di entrare nella riunione operativa convocata in Campidoglio dalla sindaca Raggi. È la Regione, infatti, che deve autorizzare trasferenze e tariffe dello smaltimento.

L’INCHIESTA E L’ALLARME AMBIENTALE – Intanto, ieri i magistrati hanno effettuato un sopralluogo a Rocca Cencia. Come detto, l’impianto era sprovvisto di telecamere. A dare l’allarme, uno dei vigilanti armati a guardia del sito, in quel momento fermo. L’assenza della videosorveglianza colpisce particolarmente, dato che già a dicembre Virginia Raggi aveva individuato nell’impianto di Roma Est un possibile “obiettivo sensibile” degli eventuali “sabotatori” e aveva chiesto al ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, un supporto dell’esercito (richiesta poi respinta al mittente). Anche in questo caso, si cerca l’innesco, tanto più che, come spiegato a caldo a IlFattoQuotidiano.it dal numero uno di Ama, Massimo Bagatti, il tmb era semivuoto e dunque è “quasi impossibile parlare di autocombustione”. L’impianto, come quello del Salario, è interessato da un’altra inchiesta della Procura, relativa alle cause dei miasmi contro i quali la cittadinanza combatte ormai da anni. Indagine nata da una relazione dell’Arpa Lazio che ne certificava, sostanzialmente, il malfunzionamento. “Ci stanno avvelenando da tempo”, hanno urlato alcuni residenti ieri pomeriggio, giunti sul posto per protestare in favore della chiusura del sito, mentre l’Arpa Lazio ha installato una centralina mobile per capire quali siano i valori degli agenti inquinanti (e in particolare della diossina) emessi nell’area in seguito al rogo.

ROMA SOTTO ATTACCO? – Insomma, l’amministrazione pentastellata si sente sotto attacco. O, almeno, il messaggio che si vuole far passare è questo. Ieri in Campidoglio si mettevano insieme alcune statistiche relative al settore rifiuti: circa 300 cassonetti a fuoco nel 2018; una media annua di 600 contenitori incendiati o vandalizzati; 40 denunce per furti (spesso con effrazioni e danni) presso i centri di raccolta fra 2017 e 2018 e anche due incendi nei centri di raccolta di Cinecittà e Acilia. A questi dati vengono associati i 35 “flambus” – autobus andati a fuoco o con principi d’incendio – fra il 2018 e il 2019 (ma non tutti sono di Atac), fenomeno per il quale c’e’ un’inchiesta in corso in Procura. Come se non bastasse, su denuncia dell’ex presidente Lorenzo Bagnacani, l’antitrust suppone che le società del settore si siano messe in “cartello” per non rispondere ai maxi-bandi plurimilionari di Ama per la trasferenza e lo smaltimento dell’immondizia romana, lasciando così la Capitale in un costante stato di pre-crisi.

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