di Roberto Iannuzzi*

Mentre si attende l’arrivo in Italia del presidente cinese Xi Jinping la prossima settimana, a livello politico è emerso un serrato dibattito sul memorandum d’intesa che dovrebbe sancire l’adesione italiana al progetto della Belt and Road Initiative (Bri), il grande progetto cinese di integrazione eurasiatica altrimenti noto come Nuova Via della Seta. Ai sostenitori dell’iniziativa del governo gialloverde, che la considerano un’occasione irrinunciabile per accrescere le esportazioni verso la Cina e attirare investimenti in Italia, si contrappongono coloro che la ritengono un’iniziativa unilaterale destinata a incrinare il nostro rapporto privilegiato con Washington e ad aggravare l’isolamento italiano in Europa.

In effetti, ad accendere la discussione sono stati proprio gli ammonimenti sotto forma di tweet provenienti dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale americano e dal suo portavoce Garrett Marquis, i quali hanno definito la Bri un “progetto infrastrutturale delle vanità”, mettendo in guardia il governo italiano dal legittimare un “approccio predatorio della Cina agli investimenti” che “non porterà alcun beneficio al popolo italiano”.


Dal tono di questi “cinguettii” appare evidente il “dispiacere” statunitense di fronte alla prospettiva che Roma rafforzi i rapporti con Pechino, un sentimento ribadito in via ufficiale a diversi esponenti politici italiani. Gli avvertimenti americani sono stati enfatizzati dal britannico Financial Times, il quale ha rimarcato che l’Italia sarebbe il primo paese del G7 ad aderire formalmente alla Bri, sostenendo che ciò potrebbe compromettere gli sforzi dell’Unione europea volti a formulare un approccio unitario agli investimenti cinesi. Tali sforzi saranno al centro di un incontro che si terrà a Bruxelles il prossimo 21 marzo, quasi in coincidenza con l’arrivo di Xi Jinping a Roma. Da simili prese di posizione si intuisce che la posta in gioco è elevata e che il tema al centro del dibattito merita di essere approfondito, facendo innanzitutto alcune precisazioni.

1. In primo luogo è necessario sottolineare che il partito “filo-cinese” in Italia è trasversale, annoverando al suo interno (con diverse sfumature) esponenti di centrosinistra come Romano Prodi ed Enrico Letta, oltre a gran parte del Movimento 5 Stelle. Un po’ più defilata la Lega, che tiene molto al rapporto con Washington. In effetti, nei confronti della Cina l’attuale esecutivo si pone in continuità con i precedenti governi. Nel 2017 l’allora premier Paolo Gentiloni fu l’unico leader di un Paese del G7 a prendere parte al primo Forum One Belt One Road a Pechino.

2. Secondariamente, è utile ricordare che l’Italia non è affatto l’unico membro dell’Ue a mostrare interesse per la Bri e gli investimenti cinesi. Diversi paesi Ue hanno già avviato forme di cooperazione con Pechino. E non si tratta solo di Paesi marginali e indebitati come la Grecia, ma delle economie leader del vecchio continente. Basti pensare che, se fra il 2000 e il 2018 Pechino ha investito in Italia circa 15 miliardi di euro, gli investimenti cinesi in Francia sono stati all’incirca dello stesso livello, in Germania hanno superato i 22 miliardi, e in Gran Bretagna hanno sfiorato i 50 miliardi (secondo un recente studio di Merics e Rhodium Group).

Oltre al porto del Pireo in Grecia e ad altri scali nel Mediterraneo, la Cina controlla importanti quote nei principali porti del Nord Europa, da Rotterdam ad Anversa e Amburgo. Londra ha lungamente coltivato le relazioni con Pechino negli ultimi anni, sebbene paradossalmente proprio la Brexit rischi di ridimensionare l’interesse cinese per la Gran Bretagna. Il mercato cinese è poi uno sbocco vitale per le esportazioni tedesche, e uno dei principali terminali terrestri della Via della Seta è a Duisburg, nella valle della Ruhr.

Per l’Italia la Bri è un progetto quasi ineludibile. Restituendo al Mediterraneo una centralità negli scambi internazionali che aveva perso da secoli, tale progetto può ridare slancio a porti come Trieste, Venezia e Genova, ma anche Taranto e Gioia Tauro, candidati in diversa misura a diventare nodi di scambio dei traffici diretti verso l’Europa centrale e settentrionale. Non accettare la sfida significherebbe per queste città portuali perdere definitivamente rilevanza rispetto al Pireo e ad altri scali mediterranei.

Semmai è importante rassicurare i partner europei sul fatto che l’Italia vuole contribuire a definire un approccio comune agli investimenti cinesi, in particolare nei settori tecnologici e infrastrutturali critici per l’interesse nazionale dei Paesi del vecchio continente. Un maggiore controllo sui meccanismi di investimento e sulle fusioni e acquisizioni cinesi deve certamente rappresentare una preoccupazione europea e italiana condivisa. Su questo fronte hanno parlato in termini rassicuranti sia il ministro dell’Economia Giovanni Tria che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Il nodo con gli Stati Uniti potrebbe rivelarsi più complesso da sciogliere. L’accresciuto interesse italiano ed europeo per la Cina si manifesta proprio in una fase di irrigidimento dei rapporti fra Washington e Pechino, sfociata nell’imposizione di dazi americani sui prodotti cinesi. Tra le cause di questo irrigidimento vi è il fatto che la Bri rappresenta un piano di integrazione economica di scala intercontinentale in grado di proporsi come potenziale alternativa all’ordine internazionale a guida statunitense, e ciò ovviamente spaventa Washington. Tale piano sta attualmente attraversando una fase di ripensamento e rinegoziazione da parte di alcuni Paesi che vi hanno aderito, accompagnata da minori investimenti a causa del rallentamento della crescita cinese.

Malgrado ciò, nulla lascia intravedere un fallimento della Bri sul lungo periodo. L’ordine transatlantico è stato invece progressivamente messo in crisi dal crescente unilateralismo di Washington, e dall’amministrazione Trump che ha minacciato di imporre dazi anche all’Europa e ha deciso di uscire dall’accordo nucleare con l’Iran.

In questo contesto la posizione dell’Italia appare particolarmente delicata. A fronte di un raffreddamento dei rapporti fra gli americani da un lato e Berlino e Parigi dall’altro, cui si accompagna un rafforzamento dell’asse franco-tedesco a danno dell’Italia con la recente firma del Trattato di Aquisgrana, l’idea del governo gialloverde – e in particolare della Lega – è stata quella di proporsi oltreoceano come il miglior partner degli Usa in Europa dopo la Brexit.

La proposta non è apparsa del tutto convincente a Washington, dove i dubbi maggiori ruotano attorno alla stabilità politica dell’Italia e alla tenuta dei sui conti pubblici. D’altro canto, sebbene il rapporto fra i due Paesi rimanga strategico, neanche l’attuale amministrazione Trump – con un presidente spesso isolato all’interno della stessa Casa Bianca, un durissimo scontro politico interno e una politica estera sempre più caotica e incoerente – può fornire a Roma garanzie granitiche sulla saldezza dell’appoggio americano.

La notizia del memorandum d’intesa con la Cina ha provocato un’ulteriore incrinatura nei rapporti bilaterali, malgrado i (tardivi) sforzi del governo italiano di rassicurare Washington sulla natura puramente commerciale (e non vincolante) dell’accordo. Al fondo della questione vi è il fatto che in alcuni settori della cooperazione italo-cinese – come la collaborazione con Huawei per la creazione della rete 5G in Italia – l’aspetto strategico e militare è difficilmente districabile da quello economico e commerciale.

Vi è dunque il rischio che le incomprensioni con l’alleato americano vadano a sommarsi alle turbolenze nei rapporti italiani con l’Europa. Washington deve essere rassicurata, ma allo stesso tempo deve essere aiutata a comprendere che l’Italia non può rassegnarsi a una marginalità europea e mediterranea solo per compiacere il proprio alleato oltreoceano. Si tratta di una mediazione difficile, che avrebbe dovuto essere avviata da tempo e richiede accortezza e visione politica, per scongiurare il rischio che l’Italia resti stritolata nella morsa della competizione fra Usa e Cina.

Il nodo della rete 5G riguarda peraltro anche altri Paesi europei, Germania e Gran Bretagna in primis. Formulare una posizione europea comune su questo tema sia nei confronti di Washington sia di Pechino potrebbe essere utile, ma rischia di non essere un’ipotesi praticabile alla luce della frammentazione che attualmente domina l’Europa.

* Analista di politica internazionale, autore del libro “Se Washington perde il controllo. Crisi dell’unipolarismo americano in Medio Oriente e nel mondo” (2017). @riannuzziGPC

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