L’ultima volta che si è visto a Torino era il 28 febbraio 2018, circa un anno fa. Quel giorno si è presentato in tribunale come testimone Andrea Puntorno, ex capo ultras dei “Bravi ragazzi” arrestato oggi dalla Dia di Palermo. Davanti ai giudici doveva rispondere ad alcune domande sull’estorsione e le minacce subite da sua moglie, Patrizia Fiorillo, per opera di due uomini, Salvatore “Totuccio” Boncore, 62 anni, e Vincenzo Maccione, 60 anni. “Sono passati un po’ di anni ed ero in un periodo brutto, mi sono dimenticato quasi tutto”, dichiarava subito. “Una bella premessa”, replicava il sostituto procuratore Paolo Toso. Secondo la Direzione distrettuale antimafia di Torino, quella vicenda rivelava i forti interessi criminali nel bagarinaggio dei biglietti della Juventus. Questo tema porta il suo volto in tv nell’ottobre scorso, intervistato da Report per la puntata sulle infiltrazioni mafiose nella curva bianconera. Puntorno era ad Agrigento, la sua città, e stava finendo di scontare – con l’obbligo di dimora – una condanna a sei anni per spaccio di droga: riforniva la piazza torinese con sostanze stupefacenti provenienti dalla Sicilia e dall’Albania. Un’attività mai interrotta, secondo gli investigatori siciliani.

È stata quell’indagine torinese, per la quale finisce in cella il 25 novembre 2014, l’inizio della sua fine e di quella dei “Bravi ragazzi”. È stata quell’indagine che, insieme ad altri elementi sorti in altre inchieste, ha portato la Dda su una pista: dietro ogni formazione ultras della Curva Scirea si celano interessi della criminalità organizzata. A cominciare dai “Bravi ragazzi”: “Abbiamo tirato il nome del film”, spiegava Puntorno a Report. Il film è la pellicola di Martin Scorsese, “Quei bravi ragazzi”, su alcuni mafiosi italoamericani a Brooklyn. “Tra noi ci chiamavamo ‘Bravi ragazzi’, come quando parlando di qualcuno si dice: ‘Eh, quello sì che è in gamba, è un bravo ragazzo. Insomma, uno dei nostri’. Capito? Eravamo bravi ragazzi, ragazzi svegli”, diceva il protagonista del film, Henry Hill. E come nel film, la storia di Puntorno è fatta di droga, soldi, estorsioni e violenza. “Il gruppo aveva 500, 700 componenti, dipendeva – disse ai giudici un anno fa -. Avevamo la gestione di biglietti, li compravamo e li gestivamo. A fine anno avevamo un tot persone, ci facevamo l’abbonamento e facevamo soldi vendendoli, sempre con la tessera del tifoso”. Il guadagno variava: “Dipende dalla partita che c’era”. Ad esempio: “Per Juventus-Real Madrid 20mila euro”, mentre “per una di campionato 5 o 6 mila euro”. Loro avevano a disposizione tra i 150 e i 200 abbonamenti. A prenderli era lui: “Io avevo i rapporti con la biglietteria della Juventus”. Parte dei soldi, rivelò quel processo, li avevano messi Maccione e Boncore, che però non li avevano più rivisti, ragione per la quale dopo l’arresto di Puntorno cercano di riscuoterli dalla moglie.

Lo fanno senza timore delle protezioni di Puntorno, ritenuto vicino alla cosca mafiosa dei Li Vecchi e anche ad alcuni uomini della ‘ndrangheta in Piemonte. Dall’altra parte, Maccione e Boncore sarebbero “prossimi all’area ‘ndranghetista vicina alla nota famiglia Belfiore”, scriveva il gip nell’ordinanza che nel giugno 2015 li aveva condotti in carcere. Su Puntorno un dettaglio lo aveva rivelato Saverio Dominello nel processo “Alto Piemonte”: quando sorge un dissidio da stadio con suo figlio Rocco (il giovane ultras garante della pace in curva, condannato in primo e secondo grado per associazione mafiosa col padre nel processo “Alto Piemonte”), Puntorno si presenta con una vecchia conoscenza, Renato Macrì, condannato nel processo “Minotauro” come esponente della ‘ndrangheta. Tutto viene risolto in nome del quieto vivere e degli affari, com’era avvenuto in passato.

Con Puntorno escono di scena i “Bravi ragazzi”, tifoseria nata alle Vallette, quartiere periferico di Torino. Stavano al secondo anello, vicino ai rivali “Drughi” guidati da Dino Mocciola. Quest’ultimo avrebbe voluto estrometterli, ma secondo la Digos – è stato ricondotto a più saggi consigli da Placido Barresi, altro nome importante della scena criminale torinese. Con uno dei suoi leader in cella per spaccio e gli altri implicati nel rogo di un campo nomadi alle Vallette, la Questura ritira l’autorizzazione a esporre lo striscione dei “Bravi ragazzi” e il gruppo viene disciolto. Altri cercano di subentrare e per un breve periodo si vedono i simboli dei “Gobbi”, voluti dai Dominello con il benestare di Mocciola. Ma qui comincia un’altra storia, quella dell’indagine “Alto Piemonte” che ad aprile approderà in Cassazione.