La storia che ha messo la Direzione distrettuale antimafia di Torino sulle orme delle infiltrazioni criminali nella curva Sud della Juventus e nel bagarinaggio è arrivata ieri a un primo punto fermo. Due uomini, Salvatore Boncore, 61 anni, e Vincenzo Maccione, 59, sono stati condannati rispettivamente a otto e cinque anni di carcere. Per la Dda erano responsabili di un’estorsione e una tentata estorsione ai danni di Patrizia Fiorillo, 46 anni, convivente dell’ex capo ultras Andrea Puntorno, 41 anni, ma Maccione è stato assolto dalla seconda ipotesi. “Il nostro assistito – hanno dichiarato i difensori di Maccione, gli avvocati Mauro Ronco e Silvana Fantini – è innocente. Il reato per cui è stato condannato è assurdo. Ha solo chiesto del denaro che gli era dovuto, senza alcuna illiceità. Faremo ricorso”. Secondo le difese i due uomini avrebbero semplicemente voluto recuperato dei soldi che l’ex leader dei “Bravi ragazzi” doveva loro, soldi che, a quanto raccontato da Puntorno, erano serviti a comprare trenta abbonamenti da 440 euro per le partite della Juventus.

Tutto comincia pochi giorni dopo il 25 novembre 2014, quando i carabinieri del Nucleo investigativo e del comando “Oltre Dora” arrestano Puntorno nel corso di un’operazione sul traffico internazionale di droga, inchiesta per la quale l’ultras è stato condannato in via definitiva. A quel punto Boncore e Maccione vanno dalla sua compagna per chiederle di restituire quando dovuto. Maccione, ad esempio, rivoleva i diecimila euro che aveva dato al leader dei “Bravi Ragazzi”, soldi che sarebbero serviti ad acquistare abbonamenti della Juventus da intestare a prestanome e sfruttare per il bagarinaggio. Boncore, invece, voleva anche recuperare i soldi di un circolo affittato a Puntorno nel 2011 e usato come luogo di riunione dei tifosi. I due erano riusciti così a ottenere 15mila euro dalla donna.

Ma non finisce qui. Il 10 gennaio 2015 qualcuno lancia delle molotov nella palestra di boxe gestita da Puntorno e una settimana dopo il furgone della Fiorillo viene bruciato. Lei, nel frattempo, comincia a raccontare agli investigatori le pressioni e le minacce e a svelare i meccanismi del bagarinaggio: “Mio marito gestiva per conto del gruppo ultras una serie di abbonamenti e biglietti da cui traeva ingenti guadagni tanto che riuscivamo a comprare la macchina ed anche sostenuto il mutuo della casa grazie a quei soldi – fa mettere a verbale -. Ogni giorno seguente le partite di calcio mio marito andava a saldare il dovuto con la biglietteria sovvenzionata dalla Juve ‘Akena’. Questi guadagni venivano divisi tra i leader del gruppo ultras ed una restante parte venivano destinati al sostentamento dei carcerati”. Ma quanto poteva valere il bagarinaggio? “So che mio marito riusciva a guadagnare anche 30.000 euro nelle partite più importanti”, aggiungeva. Ciò che però mette in allarme è la contiguità di Puntorno ad alcuni uomini vicini ad ambienti della criminalità organizzata, come Maurizio Albertin, un ultrà arrestato insieme a lui e precedentemente già condannato per associazione mafiosa, vicino alla famiglia Belfiore che dominava la scena torinese. Gli stessi Maccione e Boncore, sono “considerati prossimi all’area ‘ndranghetista vicina alla nota famiglia Belfiore”, scrive il gip nell’ordinanza che nel giugno 2015 li aveva condotti in carcere. C’è di più. Fiorillo rivela ai magistrati della Dda una situazione: “Ho sentito dire che la costituzione dei gruppi deve essere autorizzata – dice -. C’è qualcuno più in alto che controlla gli equilibri dei gruppi quando ci sono contrasti”.

Carabinieri e magistrati, mettendo insieme alcuni tasselli emersi anche nel corso di altre indagini della Dda, capiscono che dietro i gruppi ultras della curva Sud dello Juventus Stadium non ci sono soltanto interessi legati al bagarinaggio, ma anche quelli della malavita, che fa da garante tra gruppi ultras. Secondo un’informativa della Digos, dopo un periodo di regolamenti di conti a imporre la “pax” sarebbe stato l’anziano Placido Barresi, cognato di Mimmo Belfiore (quest’ultimo condannato come mandante dell’omicidio del procuratore Bruno Caccia). Ed è in questo clima che, sempre secondo gli agenti della questura di Torino, si inserisce il giovane Rocco Dominello, la cui famiglia è legata ai clan di Rosarno: “Appare evidente come si stesse ponendo come figura di mediazione nella delicata fase di superamento dei contrasti tra gruppi ultras”.