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Bartolozzi lascia l’Anm: l’ex “zarina” si dimette dal sindacato dei magistrati. “Amareggiata da polemiche strumentali”

L'ex capo gabinetto ha comunicato la decisione con una lettera. E il ministero non pubblica ancora il decreto per il suo rientro in toga (che bloccherebbe l'incarico a cui aspira a Londra)
Bartolozzi lascia l’Anm: l’ex “zarina” si dimette dal sindacato dei magistrati. “Amareggiata da polemiche strumentali”
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Giusi Bartolozzi lascia l’Associazione nazionale magistrati. L’ex capo gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio ha inviato nei giorni scorsi una lettera – anticipata dal quotidiano Il Dubbio – alla sezione Anm di Roma, in cui “comunica di rassegnare, con effetto immediato, le proprie dimissioni e il contestuale recesso” dal sindacato delle toghe, dicendosi “fortemente amareggiata per le strumentali polemiche che hanno caratterizzato questi ultimi mesi” e chiedendo di “provvedere agli aggiornamenti del caso nei registri associativi”. Bartolozzi, magistrata dal 1999, è in distacco fuori ruolo dal 2018, prima come deputata (eletta con Forza Italia) e poi come braccio destro di Nordio: dopo la sconfitta al referendum è stata costretta a lasciare l’incarico per le sue incredibili parole in un dibattito tv, dove aveva paragonato la magistratura a un “plotone di esecuzione. Durante la campagna, invece, era entrata in conflitto con l’Anm per la sua richiesta di conoscere i nomi dei finanziatori del comitato per il No promosso dall’associazione.

Ad aprile il Csm ha deliberato il rientro in toga dell’ex “zarina” di via Arenula nelle ultime funzioni occupate, quelle di giudice distrettuale della Corte d’Appello di Roma (una figura “tappabuchi” che può essere assegnata a tutti i tribunali del distretto in base alle carenze d’organico). Dopo oltre un mese, però, il decreto ministeriale che dovrebbe sancire il suo ritorno in servizio non è ancora stato pubblicato. Bartolozzi infatti punta a ottenere un altro prestigioso incarico, quello di magistrato di collegamento nel Regno Unito: ma la nomina spetterebbe al ministero degli Esteri guidato da Antonio Tajani, che per ora, col sostegno della Presidenza del Consiglio, non sembra avere intenzione di accontentarla. Un’impasse che spiega anche il ritardo nella firma del decreto: se l’ex capo di gabinetto tornasse nelle aule di giustizia, infatti, dovrebbe attendere ben tre anni prima di poter ottenere un nuovo incarico fuori ruolo.

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