L’insistenza con cui l’Islanda protegge un paio di minuscole aziende che uccidono balene è inspiegabile. Greenpeace e tanti altri hanno infatti già dimostrato che le attività di osservazione delle balene (whale watching) sono un’economia – ovviamente incompatibile con la caccia baleniera – assai più rilevante. È vero a livello planetario ed è vero anche in Islanda.

Alla bufala che gli islandesi abbiano poi bisogno della carne di balena per nutrirsi non crede poi più nessuno. In primo luogo, perché purtroppo quelle balene, come quelle del nostro Santuario dei cetacei nel Mar Ligure, vivono in un mare malato e sono contaminate: mangiarle non è dunque affatto prudente. In secondo luogo, perché la percentuale di islandesi che ha voglia di mangiare carne di balena è minuscola: come in Giappone, ben al di sotto del 5 per cento.

Ciò spiega, tra l’altro, il significato di quel che Greenpeace trovò una fredda mattina del gennaio 2007 in una discarica islandese: 179 tonnellate di carne di balenottera comune (specie in lista rossa dell’International Union for Conservation of Nature – Iucn) lasciate a marcire. Era circa la metà del peso dei sette esemplari di balenottera comune uccisi dai balenieri islandesi l’anno prima. E siccome, all’epoca, c’erano altre 200 tonnellate di carne (sempre di balene uccise nel 2006) che giacevano nei frigoriferi (in attesa di capire se fossero commestibili o inquinate) il conto è presto fatto: quelle balene furono uccise inutilmente. Dubitiamo che all’Islanda possa venire utile maggiore dall’esecuzione del previsto macello di circa 200 balenottere.

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