Di certo saranno sulla scheda per le Europee in sei Paesi: Germania, Francia, Olanda, Spagna, Austria e Lussemburgo. In Italia, invece, “stiamo raccogliendo le firme e dobbiamo arrivare a 150mila. Questo è un primo scoglio democratico al quale si aggiunge poi la soglia di sbarramento del 4%. Siamo gli unici in Europa ad avere queste regole”. Ma loro ci provano. Loro sono Volt, il movimento “paneuropeo e progressista” nato due anni fa “da un italiano, un francese e un tedesco” che mette al centro Europa, diritti e cittadinanza attiva. Un progetto di “leadership diffusa e democrazia partecipativa”. A trainarlo l’elezione di Trump, la Brexit e l’insorgere dei populismi dall’Ungheria all’Italia.

Federica Vinci, 25enne presidente del movimento italiano, spiega a ilfattoquotidiano.it che il voto di fine maggio è solo un banco di prova per il futuro, per le amministrative e le politiche. “In Europa oggi siamo 20mila volontari attivi, 3mila solo in Italia“. Chi sono? “C’è di tutto: studenti, universitari, pensionati, lavoratori”, anche se sui social e sul sito i volti sono quelli delle ultimissime generazioni Erasmus. Rifiutano la logica del populismo che è fatto “di slogan, di risposte di pancia a problemi complessi e di scelte a breve termine”, che non guardano al futuro. I loro valori si avvicinano in Europa a quelli dei liberali di Alde e dei Verdi, “ma chissà se quei gruppi ci saranno ancora dopo le elezioni“. Certo è che Volt non ha nulla in comune con “un Partito popolare dove c’è anche Orban”. In Italia hanno avviato il dialogo con +Europa e Verdi, ma lo scenario post elezione è tutto in divenire. Anche a livello europeo, dove l’ambizione di Volt è di costituire un nuovo gruppo. Per farlo però servono 25 parlamentari e la strada è in salita.

“Vogliamo creare un’Europa democratica: il Parlamento Ue, che è eletto dai cittadini, deve avere il potere di iniziativa legislativa che oggi è monopolio esclusivo della Commissione“, spiega Vinci, che alle spalle ha già esperienze all’estero – con una laurea in amministrazione pubblica internazionale a Sciences Po (Parigi) – e che oggi lavora in un’impresa sociale a Firenze. Il secondo punto riguarda invece la formazione della pubblica amministrazione perché sia efficiente nell’assistenza ai fondi diretti Ue e nei bandi per quelli indiretti. “L’Italia tra il 2014 e il 2020 ha assorbito in media soltanto il 18% dei fondi, che nel Mezzogiorno sarebbero un grande incentivo allo sviluppo”. Nel programma di Volt sono centrali anche la sostenibilità ambientale che nell’Europa a 28 (27 a breve, dopo Brexit) oggi ha il volto della 16enne Greta Thunberg – con l’obiettivo di introdurre una carbon tax europea per tagliare le emissioni di Co2, e i diritti sociali. Il focus è sulle disuguaglianze di genere e, in particolare, sul “gender gap salariale, perché a fronte di un euro di stipendio dato a un uomo a una donna spettano in media solo 80 centesimi. E proponiamo la disclosure dei salari anche per le società private, come già succede in Germania e Regno Unito“.

L’Europa è quindi il luogo dove cercare “collaborazione e casi virtuosi per risolvere problemi reali”. Uno su tutti: la gestione dei migranti. “Bisogna riformare il trattato di Dublino, processo che è stato bloccato da Salvini e dai suoi amici, come Orban. Chi non accoglie migranti e non collabora deve pagare sanzioni. Oggi la Lega e i populisti pensano di risolvere il problema dicendo ‘chiudiamo i porti e le frontiere’ senza avviare un discorso sul futuro, quando la migrazione sarà strutturale“. Ma se Volt è paneuropeo bisognerà convincere anche il blocco sovranista a prendersi le sue responsabilità. “È vero, nell’Europa dell’est Volt non si presenta. Ma in Romania e Bulgaria esistiamo”. Il dato, però, è che il consenso per Salvini aumenta. “Il lavoro da fare è difficile e a lungo termine, bisogna partire dal basso, coinvolgere e discutere per capire i problemi nella loro complessità e valorizzando le competenze. Cosa che i populisti rifiutano di fare, preferendo slogan immediati”. Per Federica Vinci anche sul tema lavoro il governo sta fallendo l’obiettivo. “I 5 Stelle col reddito di cittadinanza investono nell’assistenzialismo, peraltro poco prima delle Europee, e non nella creazione di posti di lavoro, che è quello di cui l’Italia avrebbe bisogno. Noi vogliamo fare incontrare le università e il mercato e in modo che la mobilità non sia forzata”, come raccontano i dati sull’emigrazione italiana e le storie di cervelli in fuga. “Un tema di cui la politica non parla”.

(immagine tratta da Facebook)

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