La Commissione Ue risponde a Meloni: “No a clausola di salvaguardia allargata alle spese per affrontare la crisi energetica”
La Commissione europea conferma il no all’ipotesi di estendere le deroghe del Patto di stabilità anche alle spese per contrastare il caro energia, respingendo di fatto la richiesta avanzata dal governo italiano nella lettera inviata nel weekend da Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen. Una chiusura che Bruxelles aveva già anticipato venerdì sera attraverso le parole del portavoce Olof Gill.
“Per quanto riguarda la flessibilità fiscale in materia di energia, vorremmo sottolineare che, in questa fase, l’attenzione è rivolta allo sfruttamento pieno dei finanziamenti Ue già disponibili, che sono davvero ingenti”, ha spiegato oggi una portavoce della Commissione, confermando la ricezione della lettera della premier italiana ma precisando che l’esecutivo europeo non intende fare “commenti specifici” sul contenuto della missiva. Gill aveva spiegato: “Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica”, aggiungendo che “al momento non stiamo includendo la clausola di salvaguardia nazionale tra queste opzioni, perché riteniamo che la gamma di strumenti presentata debba restare entro un quadro di vincoli fiscalmente responsabili”. Una chiusura netta, pur accompagnata dalla precisazione che Bruxelles continuerà a osservare “l’evoluzione della situazione”.
La richiesta italiana puntava a ottenere per gli interventi contro il caro-bollette una flessibilità analoga a quella concessa per le spese militari nell’ambito del piano europeo di riarmo. Ed è proprio su questo punto che si concentra l’attacco delle opposizioni. Per il Movimento 5 Stelle, la lettera di Meloni è la prova che “dobbiamo scegliere tra armi e bollette, tra spese militari e spese contro il caro-energia”, attaccano i parlamentari M5S delle commissioni Politiche Ue e Difesa di Camera e Senato. Secondo i pentastellati, la premier “squarcia il velo ipocrita della narrazione del governo secondo cui le spese in armi non sono in contrapposizione con altre spese”, smentendo anche le precedenti posizioni del ministro della Difesa Guido Crosetto, che aveva definito “vigliacco” mettere in concorrenza le spese per la difesa con quelle per servizi pubblici e welfare. “O si spende in armi o si spende per far fronte alle urgenze di cittadini, famiglie e imprese”, sostengono i parlamentari M5S.
Più articolata la posizione del Partito democratico. Il responsabile economico del Pd, Antonio Misiani, si dice disponibile “a ragionare” su una maggiore flessibilità di bilancio per affrontare l’emergenza energetica, ma avverte che “uno scostamento senza un vero cambio di passo nella politica energetica del governo sarebbe un pannicello caldo di fronte a un drammatico problema strutturale”. Secondo Misiani, il nodo centrale resta “la dipendenza dai combustibili fossili, gas e petrolio”, indicata come “la principale causa del differenziale dei costi dell’energia tra l’Italia e gli altri Paesi europei”. Il senatore dem accusa il governo Meloni di aver “frenato le rinnovabili con norme farraginose e cambi di rotta continui”, di aver ridotto gli incentivi alle comunità energetiche e indebolito le misure per l’efficienza energetica. “Il risultato è che l’Italia resta molto più esposta ai rincari energetici rispetto a Francia, Spagna e Germania, che hanno investito più di noi sulla produzione di energia pulita”, sostiene. Per Misiani, eventuali margini di flessibilità ottenuti da Bruxelles “servirebbero soltanto ad alleviare i sintomi senza curare la malattia” se non accompagnati da una strategia per ridurre strutturalmente la dipendenza dal gas e dal petrolio.