Deregulation e maggiore apertura ai Paesi extra-Ue: così l’Europa spinge l’export di armi. Gruppi pacifisti scrivono a Bruxelles per protestare
“Semplificare”, “sburocratizzare”. Termini che nel complicato mondo delle autorizzazioni e permessi europei sono spesso benvenuti. Ma dietro, quando si tratta di interscambi commerciali nel campo della Difesa, si nascondono deregolamentazioni che aprono al trasferimento di armamenti fuori dai confini Ue, abbattendo i controlli necessari a evitare che finiscano nelle mani di governi o organizzazioni che violano i diritti umani. A lanciare l’allarme sui colloqui a livello di trilogo Ue (Commissione, Consiglio e Parlamento) sono 26 organizzazioni pacifiste e per il disarmo, tra cui anche Rete Pace e Disarmo e The Good Lobby, che in una lettera inviata agli eurodeputati del team negoziale del Parlamento Ue, al commissario per la Difesa Andrius Kubilius, alla Presidenza cipriota del Consiglio, al Segretariato del Consiglio, al gruppo di lavoro COARM e ai Ministeri nazionali responsabili delle licenze di esportazione di armamenti elencano i punti critici del pacchetto legislativo Defence Readiness Omnibus in discussione a Bruxelles.
Uno dei punti in discussione tra i più delicati riguarda l’estensione delle Licenze Generali di Trasferimento (LGT) e il divieto per esse dell’uso dei certificati di uso finale. Questo tipo di licenze si distinguono da quelle individuali e da quelle globali per una maggiore flessibilità e minori controlli. Prevedono che qualunque esportatore possa vendere determinate categorie di prodotti a determinati Paesi senza che venga richiesta ogni volta un’autorizzazione ad hoc. Si tratta dell’autorizzazione più flessibile e per questo, generalmente, vengono applicate come eccezione a progetti militari più grandi, che già sono oggetto di controlli a monte, come ad esempio quello sugli F35. Un processo d’approvazione ben diverso da quello delle licenze globali che invece vengono rilasciate a un esportatore specifico, per una certa categoria di prodotti, verso più destinatari o più Paesi autorizzati e per diverse spedizioni nel tempo, o addirittura dalle licenze individuali che riguardano un solo esportatore, verso un solo destinatario finale, su specifici prodotti con quantità o valore già determinati e che valgono spesso per una singola operazione o contratto. Aumentare quindi il numero di licenze generali non fa altro che facilitare il via libera a una più ampia fetta di prodotti. Se a questo si aggiunge la proposta di togliere su di esse l’obbligo del certificato d’uso finale, ecco che molti dei prodotti esportati dai Paesi Ue rischiano di uscire dai radar. Seppur aggirabili, questi certificati impongono che un determinato prodotto non venga utilizzato per scopi offensivi, non finisca in mano a Paesi o organizzazioni che violano i diritti umani o che sono in stato di guerra e che non possa essere riesportato in futuro senza autorizzazione del Paese produttore.
La deregulation non finisce qui. In discussione a Bruxelles c’è anche l’estensione delle partnership commerciali nel campo della Difesa a Paesi extra-Ue, come ad esempio Israele o la Turchia. Questo, in sostanza, significa che i Paesi interessati godranno delle semplificazioni caratteristiche dei trasferimenti tra Stati membri dell’Ue, che pur avendo leggi proprie sulle esportazioni devono comunque attenersi ai principi della Posizione Comune Europea, senza rispondere però alle limitazioni che Bruxelles impone ai 27. Questo può avere diverse conseguenze dannose. Se si prende l’esempio di Israele, ad esempio, questo oggi esporrebbe gli Stati membri a un export verso un Paese che utilizza le armi per potenziali crimini di guerra. Oppure, alcuni degli Stati extra-Ue coinvolti, ad esempio la Turchia, potrebbero avere una regolamentazione più morbida e prevedere l’export del materiale d’armamento verso Stati che l’Ue sostiene violino i diritti umani o siano in guerra.
C’è poi la volontà di espandere l’uso di esenzioni alle autorizzazioni preventive per alcuni beni o tecnologie militari e, in alcuni casi, renderle obbligatorie. Questo, è chiaro, rischia di liberalizzare completamente l’export di alcune tecnologie e armi, facilitandone l’invio anche verso zone di conflitto o aree di crisi. Tra le esenzioni è in discussione anche quella tra fornitori e destinatari appartenenti alla stessa azienda o gruppo in Paesi diversi, facilitando così i flussi commerciali dei grandi gruppi della Difesa anche verso Paesi che non rispettano gli standard previsti dalle varie legislazioni nazionali in materia di import-export di armi. A depotenziare le leggi dei Paesi membri, tra le proposte c’è anche quella relativa ai poteri delegati alla Commissione Ue sul trasferimento di armi. In questo modo, Palazzo Berlaymont potrebbe ridefinire a propria discrezione le regole nazionali, compito che non le è però attribuito dai Trattati.
“Problematici”, spiegano i promotori dell’iniziativa, sono anche altri punti in discussione, come ad esempio “quello volto a limitare le condizioni preliminari imposte ai fornitori che richiedono licenze, poiché questa si applicherebbe anche a entità non Ue e forse persino non europee, data l’attuale globalizzazione dell’industria degli armamenti, o quella che limita la trasparenza per i trasferimenti di beni non tangibili e software, poiché tali trasferimenti possono essere molto delicati, in particolare considerando il massiccio sviluppo dei sistemi senza pilota e autonomi”.
“Le modifiche in discussione – commenta a Ilfattoquotidiano.it Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne di Rete Italiana Pace e Disarmo – hanno il chiaro obiettivo di liberalizzare e deregolamentare il commercio di armamenti. Questa tendenza è chiara in diversi Stati membri dell’Ue, come ci raccontano le modifiche delle leggi in materia in Francia e Svezia o il tentativo che è stato fatto in Italia con la legge 185 del 1990. Ma tutti questi Paesi devono comunque rispondere alla Posizione Comune dell’Ue in materia. Le proposte in discussione nascono invece dall’esigenza di rispondere, tra qualche anno, agli sforzi economici dell’industria bellica europea che oggi è spinta dall’enorme piano di riarmo lanciato da Bruxelles. Ma quando le esigenze interne diminuiranno, una produzione così massiccia dovrà trovare sfogo anche fuori dall’Unione. E per agevolarlo non c’è niente di meglio che eliminare i regolamenti”.