Bambini uccisi con un fucile da caccia, un anatroccolo a cui viene staccata una zampa con una tenaglia, donne strozzate a mani nude e quando sono agonizzanti infilzate con un punteruolo nel cuore (da cui zampilla sangue come una fontana), un seno amputato che diventa un borsellino per i centesimi. Il campionario di efferatezze, dettagli cruenti, irrefrenabile sadismo, sono tutti concentrati in un film immenso, magmatico, provocatorio e brutale come The house that Jack built – La casa di Jack. L’ultimo film di Lars von Trier che esce in Italia, grazie a Videa, il 28 febbraio 2019, in due versioni. Una italiana “depurata” dalle scene più violente e un’altra in lingua originale che rispetterà i voleri del regista danese (due ore e trenta di durata). Entrambe le versioni, come forse non è mai storicamente capitato, sono vietate ai minori di 18 anni.

Sono cinque gli “incidenti”, ma anche qualcosa di più durante i tragitti stradali con il suo furgoncino rosso, che Jack (straordinario Matt Dillon imperturbabile e catatonico), un ingegnere che vorrebbe essere un architetto, compie nel film e che ne puntellano una sorta di scheletro macabro e ricorrente. Incidente uno, incidente due, ecc… Jack spara, colpisce, soffoca, taglia, congela, in un delirante e colpevole viaggio da killer seriale che nessuno vuole vedere, cercare, identificare, arrestare. E a fare da collante agli omicidi, corpi che poi Jack fotografa, ecco un altrettanto ricorrente dialogo con voce fuori campo tra Jack e l’anziano Verge (il compianto Bruno Ganz) con cui il protagonista si confronta: dapprima come fosse di fronte ad uno psicologo, poi ad un censore morale, infine ad un Caronte con cui viaggia surrealmente (ma che incredibile delirio stilistico sono gli ultimi venti minuti di film?) le porte dell’inferno che non sembrano avere mai fine.

Dialoghi che accompagnano sia alcune sequenze “canoniche” del fare omicida di Jack, ma che poi continuano in sottofondo su brevi intermezzi composti da mash-up di celebri quadri, animazioni, found footage, frammenti video di caccia agli animali, spezzoni dei suoi film (si riconoscono Le onde del destino, Antichrist, Dogville, Melancholia), storici dittatori e relativi corsi orribili e inqualificabili della storia tra cui anche l’Olocausto (ci arriviamo tra poco).

Un’ironia beffarda accompagna molte azioni e riflessioni di Jack, figura in cui si specchiano idiosincrasie, tormenti, inadeguatezza del vivere di von Trier stesso, in uno sprofondo di autocoscienza che oscilla tra l’indulgente, l’assolutorio e il tragico. Il regista riempie il film di riflessioni sulla sua perenne misoginia (Jack non uccide solo donne, sia chiaro, ma le definisce “stolte” e “stupide”), su un inatteso paragone tra uomo  e animale, e un altro tra le muffe nobili dei vini da dessert paragonati alla decomposizione dei cadaveri. Ma soprattutto propone un’opera labirintica, proteiforme, in cui si annulla la dimensione classica del tempo narrativo, in cui ogni vittima è inquadrata inerme in lunghe sequenze dilatate che la vedranno soccombere, in cui ogni tanto sbucano le strofe di Fame di David Bowie, in cui si accenna all’amore romantico e alla famiglia distruggendo ogni appiglio retorico e convenzionale sul tema.

Ciò che interessa molto questa volta a von Trier è costruire la sua “casa”, la sua “arte”, sul sangue e sull’amoralità (la casa di cadaveri accatastati è un’opera che potrebbe gareggiare con un vero Cattelan), provocare un corto circuito di senso in cui si svela la finitezza delle disumanità dell’uomo e l’infinità, appunto, del gesto artistico. Senza diventare grottesco come un Greenaway o noiosamente ermetico come un Godard. “Tu uccidi l’arte imponendo regole morali dalla vita”, urla Jack/von Trier a Verge che gli ha dato del “lurido bastardo”. L’occasione è ghiotta quindi per chiudere perfino i conti dando risposta a quelle parole peregrine su Hitler e l’architetto nazista Speer che lo fecero cacciare da Cannes nel 2011. La scommessa etica è pericolosissima (e discutibilissima): di fronte ad una foto del campo di sterminio di Buchenwald Jack e Verge parlano dell’albero di Goethe, che sta lì in mezzo al campo dell’orrore e dello sterminio. Lì sotto, dice Jack, sotto a quei rami e foglie Goethe ha composto le sue più grandi opere. È la bellezza sfacciata e malsana delle opere di von Trier, signori. Prendere o lasciare. Noi prendiamo. Tanto poi giustizia, quella vera, quella da thriller di Rete4, nel film viene comunque fatta.

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