“Intenderei calare negli Abruzzi e ricondurre qui Rosalba. Due compagni mi seguiranno nell’impresa”. Addio Bruno Ganz. L’attore svizzero aveva 77 anni ed è morto la notte scorsa nella sua casa di Zurigo. Ganz era diventato celebre in Italia proprio interpretando il cameriere Fernando di Pane e tulipani. Quel signore gentile e saggio, di origine islandese, che avendo imparato l’italiano leggendo l’Orlando Furioso dell’Ariosto si esprimeva con un linguaggio aulico e bizzarro. Fu un colpo di fulmine nel 1999 per il film di Soldini e per il personaggio di Ganz. Eppure l’attore, padre svizzero e madre dell’Italia del Nord, aveva già costruito una carriera nella recitazione prima teatrale e poi al cinema di livello mondiale.

Tra il 1960 e i primi anni Settanta diventa uno tra i principali nomi del teatro tedesco, poi a metà anni settanta è finalmente co-protagonista di un film importante come La marchesa Von … di Eric Rohmer (è il conte con lunga e fluida chioma castana). L’anno successivo è il corniciaio che sta morendo di leucemia ne L’amico americano di Wim Wenders, e ancora nel ’78 è il sempiterno agente immobiliare Jonathan Harker nel Nosferatu di Werner Herzog recitando assieme a Klaus Kinski e Isabelle Adjani. Ganz aveva una particolarità: sapeva recitare in ben 4 lingue. Tanto che negli anni ottanta/novanta ha calcato con disinvoltura i set di film italiani (Giuseppe Bertolucci lo utilizzò bene un paio di volte), svizzeri, tedeschi e inglesi.

L’apoteosi però è ancora con Wenders ne Il cielo sopra Berlino dove è protagonista assoluto con Damiel, l’angelo triste che osserva la città dall’alto e decide di diventare umano abbandonando l’esistenza meramente spirituale. Ruolo che proseguirà nel meno felice Così lontano così vicino sempre di Wenders. Ganz all’epoca era già oltre la quarantina ma aveva già consolidato una sorta di figura ricorrente di uomo incupito e rassegnato. Parte recitata con misura e delicatezza, sempre qualche passo indietro rispetto a un qualunque delirio performativo alla Actor’s studio, mai aggredendo con violenza lo spettatore. Tanto che quando dopo i notevoli successi ne L’eternità e un giorno di Angelopulos (1999) e in Pani e tulipani, infilerà l’impermeabile e la divisa di Hitler ne La caduta di Oliver Hirschbiegel (2004) riuscirà a non farne la solita isterica macchietta, dandogli uno spessore tragicamente pensante e uno spaesamento ulteriormente umano, proprio recitandone gli ultimi giorni dentro al bunker berlinese.

Dicevamo però che quel Fernando in Pane e Tulipani rimane nella memoria di tanti spettatori italiani quasi come la classica poesia che a scuola hai voluto imparare finalmente con immenso piacere. L’apparizione all’osteria Marco Polo in smoking bianco e papillon nero, la tirata di sottecchi in difesa della ristorazione cinese (“Mi spiace contraddirla…”), i modi signorili e il dolore che attraversa la sua figura vicina perfino al suicidio diventano memorabili e soavi, quanto il suo fine italiano antico, petalo dopo petalo, che cadono, piangendo, sul tavolo del suo cucinotto. “Rosalba da quando lei è partita la vita è una palude/la notte mi tormenta e il giorno mi delude/se ho fatto questo viaggio vi è un’unica cagione/che lei torni ad illuminar la mia magione”. Ganz ha co-fondato sul finire degli anni sessanta lo Schaubuhne berlinese e soprattutto nella sua lunga carriera teatrale ha interpretato nel 2000 il celebre Faust di Peter Stein rimanendo in scena per 21 ore.