Alejandro Gonzalez Iñarritu sarà il presidente di giuria del 72esimo Festival di Cannes. A poche ore dall’ultima notte degli Oscar durante la quale un altro regista di origine messicana, come Alfonso Cuaron, ha portato a casa per il suo Roma ben tre Oscar “pesanti” (almeno così dice Alberto Barbera nell’oramai celebre tweet “rosicone”) come regia, film straniero e fotografia, ecco imporsi un paio di considerazioni nell’area concorrenziale del “cinema da festival” e nel settore art house con balcone su Hollywood.

Intanto Cannes reduce da alcune annate pallide sia come film in gara (titoli col fiato corto che arrivano a malapena all’autunno), sia come scelte “presidenziali”, cerca di insidiare la Venezia di Barbera oramai da anni in pieno mood mexican power. Ricordiamo le tappe del neofeudalesimo messicano al Lido. Nel 2018 Leone d’Oro è stato Roma di Cuaron con il “messicano” Guillermo del Toro presidente di giuria (lo stesso frame della notte degli Oscar 2019 con Del Toro che assegna il premio alla miglior regia all’amico Cuaron). Nel 2018 Del Toro vince il Leone d’Oro con La forma dell’acqua e bissa con l’Oscar. Nel 2016 Cuaron presiede la giuria al Lido e vince il Leone una coproduzione venezuelano-messicana come Desde allà di Lorenzo Vigas.

Iñarritu e Del Toro

Nel 2014 Birdman proprio di Iñarritu apre il Concorso e poi va a vincere l’Oscar come miglior film. Nel 2013 Gravity di Cuaron apre, fuori concorso, Venezia e poi agli Oscar fa incetta di premi (sette, tra cui miglior regia). Insomma, un presidente come Iñarritu è sicuramente un bocconcino soffiato a Venezia. E per una triangolazione non di poco conto, perché il trio Cuaron-Del Toro-Inarritu non è proprio roba da poco in termini di attenzione mediatica, Cannes si muove in un’ottica leggermente più accondiscendente rispetto al nuovo player del settore: Netflix.

Roma è infatti il primo film che ha vinto un premio importante nel circuito festivaliero, ed è il primo Oscar alla regia di quello che potrebbe diventare un lungo elenco di produzioni vincenti da parte di una produzione per audiovisivi che vengono distribuiti online. Tutto questo mentre Cannes ha ripudiato con sdegno la presenza di film targati Netflix, e quindi invisibili nelle sale, solo nove mesi fa. Inevitabile che Iñarritu diventi il classico pontiere verso l’amico Cuaron per una questione che oggettivamente sembra davvero di vita o di morte per la gloriosa Croisette. Iñarritu tra l’altro ha in comune con Cuaron l’amicizia e la collaborazione con il “Chivo”, ovvero Emmanuel Lubezki, il direttore della fotografia tre volte a segno agli Oscar proprio con titoli come Gravity, Birdman, e The Revenant. Ed è stato il regista che è riuscito finalmente a far ottenere un Oscar a Leonardo DiCaprio. 

Alfonso Cuaron

Ricordiamo anche che il prossimo film di Guillermo Del Toro, il Pinocchio animato annunciato lo scorso autunno sarà prodotto da Netflix. Dall’altro lato si rinnova ulteriormente la presenza di questo pool messicano di registi tutti attorno ai 55-58 anni di età, nel pieno della loro maturità artistica, e con un notevole potenziale a livello creativo/produttivo ad Hollywood.

Senza dimenticare il valore politico di queste presenze “straniere” nello star system statunitense mentre il presidente Trump blocca l’intera macchina istituzionale impuntandosi sulla costruzione del muro tra Stati Uniti e Messico. “Spero che Trump veda Roma? Non saprei. Il film è sottotitolato e dovrebbe leggere tutti i sottotitoli. Forse dopo un’ora la sua mente si affaticherebbe troppo”, ha affermato Cuaron in un’intervista a caldo post Oscar appena uscita su Variety. E ancora: “Grazie ad Yalitza Aparicio – l’attrice nominata all’Oscar che interpreta Cleo in Roma – grazie alla sua incredibile intelligenza, civiltà e generosità, le persone stanno facendo loro il suo personaggio e in questo modo fanno propri milioni di altre persone come lei. E questo sta accadendo in un momento in cui Trump ha denigrato queste persone. Alla fine le uniche fondamenta del muro di cui parla sono la paura e l’odio. L’arte a volte può essere un antidoto contro questa paura e quest’odio”.

Yalitza Aparicio

Insomma, il mexican power sta diventando qualcosa di ineludibile fin dentro le fondamenta dell’industria hollywoodiana. Tanto che quando l’intervistatore di Variety chiede se esiste una tendenza ampia all’inclusione delle cosiddette “minoranze” tra gli Oscar 2019, visto il record di premiati afroamericani, Cuaron risponde: “Non lo so, manca ancora una quota reale di rappresentanza messicano-americana. Forse faranno un film con un supereroe “chicano”, ma non arrivi al nocciolo della questione. Bisogna girare dei film che parlino di questa esperienza culturale e sociale”.    

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