Lo scarno comunicato di ieri della Farnesina sull’incontro del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi con rappresentanti del presidente dell’Assemblea nazionale di Caracas, Juan Guaidó, apre il campo a qualche riflessione sulla repubblica bolivariana di Maduro e sulla “non-posizione” sulla crisi espressa dall’Italia.

Il tono della nota ministeriale è asettico: si informa dell’incontro del capo della diplomazia – anche per conto del premier Giuseppe Conte – con autorevoli rappresentanti del vasto schieramento anti Maduro, con un focus puntuale sul tema, in queste ore divenuto drammatico, degli aiuti umanitari. Una macchina assistenziale complessa – coordinata da María Teresa Belandria, ambasciatrice in Brasile su indicazione di Guaidó – bloccata dall’esercito di Maduro sul ponte di Tienditas de Cúcuta, lungo la frontiera che corre tra la Colombia e il Venezuela.

L’urlo dell’opposizione ha leggermente scosso l’esecutivo italiano che ora, pur continuando a non riconoscere Guaidó, chiede nuove consultazioni presidenziali. Un brodino riscaldato: fino a poche ore fa lo sguardo era volto altrove, in una direzione che non faceva vedere le difficoltà delle centinaia di migliaia di venezuelani con cognome italiano. Oriundi costretti a rispolverare vecchi documenti attestanti un’ascendenza italiana per coltivare la speranza di conseguire la cittadinanza italiana, e quindi la libera circolazione in Europa. Dal 2013 al 2017 oltre 17mila venezuelani hanno ottenuto la cittadinanza iure sanguinis, tuttavia migliaia di nuove istanze intasano gli uffici delle rappresentanze diplomatiche nostrane determinando rallentamenti burocratici non più sostenibili.

L’equidistanza imposta dal M5s ha voluto dire – e ancora questo esprime – indifferenza rispetto agli interessi economici italiani. L’Eni, controllata dal ministero dell’Economia, è ampiamente coinvolta, in partnership con la multinazionale spagnola Repsol, nei progetti oil & gas sviluppati nel golfo del Venezuela. Affari per milioni di dollari in un Paese catalogato “ad alto rischio” per l’inflazione galoppante e per la cronica carenza di liquidità. La Pdvsa, la compagnia petrolifera statale, è schiacciata dai debiti, morosa nei confronti di tutti i partner esteri attivi nei giacimenti. Tra essi anche Eni e Saipem, le quali devono riscuotere centinaia di milioni da un Paese in bancarotta.

Il regime di Nicolás Maduro boccheggia; sul suo stato di salute si discute da anni. Almudena Grandes, scrittrice madrilena spesso critica col chavismo, sulle colonne de El País ha però escluso che il sistema di Maduro possa qualificarsi come tirannia in senso classico. In fondo Guaidó vive nella sua dimora, convoca manifestazioni di piazza, concede interviste a testate internazionali. Maduro non lo arresterà, conclude Almudena Grandes: una detenzione del capo dell’opposizione segnerebbe la fine del regime. Misure restrittive invece sono sempre possibili: in queste ore il Partido Socialista Unido, potente formazione chavista, ha annunciato l’apertura di accertamenti patrimoniali su Guaidó, con un riflettore acceso sulle dichiarazioni fiscali rese e sui pretesi finanziamenti ricevuti da organizzazioni internazionali.

Un brutto presagio in un Paese illiberale, dove il sistema giudiziario è intimamente intrecciato al potere esecutivo, come evidenziano i rapporti delle associazioni sui diritti umani. Amnesty International è impietosa: denuncia da anni l’occupazione degli spazi informativi, soprattutto radiofonici, l’uso eccessivo della forza, il dispiegamento di forze paramilitari (i colectivos) ad affiancare gli apparati di polizia per neutralizzare ogni minaccia alla sicurezza. E ancora arresti arbitrari di oppositori, torture e maltrattamenti.

Dati inquietanti messi in risalto anche nel rapporto Crackdown on dissent. Brutality, Torture, and Political Persecution in Venezuela elaborato da Human Rights Watch (Hrw) e Penal Forum. Uno scenario del genere non poteva che generare un massiccio esodo, unico rimedio per sfuggire a repressione e stenti.

Guaidó si agita, invia lettere all’esecutivo di Conte, sottolinea le comuni radici, lancia appelli, ma di fronte alla crisi internazionale che ha scatenato la maggiore migrazione nella storia dell’America Latina l’Italia ha scelto un’altra strada, la via dell’indifferenza. Quella che favorisce élite, generali e nomenclature, con buona pace del popolo.

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