È stato individuato da agenti dell’Aise e dell’Interpol a Santa Cruz, che non l’hanno mai perso di vista. La sua fuga dal Brasile era stata pianificata da mesi, e “da giorni gli 007 avevano individuato il rifugio del leader dei Pac in Bolivia“. Il punto di svolta è stata l’elezione di Bolsonaro: con la presidenza dell’ex militare, esponente di estrema destra, si sono intensificati i contatti con le forze di polizia brasiliane fino alla svolta “nelle ultime ore la svolta che ha consentito la cattura”. Cesare Battisti, ex membro del gruppo Proletari Armati per il Comunismo, è stato arrestato mentre camminava per le strade di Santa Cruz in Bolivia da una squadra dell’Interpol. “Rientrerà in Italia nelle prossime ore, con un volo in partenza da Santa Cruz e diretto a Roma”, ha scritto su Facebook il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ringraziando l’efficienza delle autorità boliviane e il presidente del Brasile Jair Bolsonaro. Secondo fonti del Viminale, l’ex terrorista dei Pac dovrebbe arrivare domani nel primo pomeriggio.

Battisti aveva barba e baffi finti, occhiali da sole, jeans e t shirt blu e non ha opposto resistenza. Con sé aveva documenti falsi. Fonti della polizia di Milano specificano che Battisti non è stato aiutato da ex terroristi, ma dalla sua area politica. A Santa Cruz era ospite di conoscenti boliviani e la sua rete di protezione si estendeva dalla Francia alla Bolivia. L’ultima localizzazione, secondo quanto risulta dalle indagini coordinate dal sostituto pg di Milano Antonio Lamanna e affidate alla Digos, risale a due o tre giorni fa, quando si trovava nei dintorni dell’aeroporto di La Paz. Le indagini erano state avviate dopo la sua fuga dal Brasile: grazie a un sistema di controllo sofisticato su una quindicina tra telefoni, tablet e pc intestati a prestanome hanno consentito di ‘seguire’ gli spostamenti dell’ex terrorista. E risulta che durante la latitanza si collegasse ai social.

Condannato in contumacia all’ergastolo in Italia, per quattro omicidi risalenti alla metà degli anni Settanta, dal 14 dicembre scorso era finito anche nel mirino delle autorità brasiliane perché nei suoi confronti era stato firmato un ordine di arresto ed era stata accolta la richiesta di estradizione dell’Italia. E l’ipotesi di chi lo cercava da più di un mese era proprio che avesse trovato riparo in Bolivia. Ora è il momento dell’estradizione, attesa per oggi. “Cesare Battisti è entrato illegalmente in Bolivia, sarà immediatamente espulso e consegnato dall’Interpol Bolivia alla controparte italiana all’aeroporto internazionale Viru Viru”, ha reso noto il ministro dell’Interno del governo Morales, Carlos Romero, in una conferenza stampa, come riferisce il media boliviano El Deber.

“Ad attenderlo qui da noi ci saranno le nostre carceri affinché possa espiare le condanne all’ergastolo che i tribunali gli hanno inflitto a suo tempo con sentenze passate in giudicato, non certo a causa delle sue idee politiche, bensì per i quattro delitti commessi e per i vari reati connessi alla lotta armata e al terrorismo”, ha detto il premier Conte. E anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, fa sapere un comunicato del Quirinale, “ha espresso la sua soddisfazione per l’arresto” e “si augura che Battisti venga prontamente consegnato alla giustizia italiana, affinché sconti la pena per i gravi crimini di cui si è macchiato in Italia e che lo stesso avvenga per tutti i latitanti fuggiti all’estero”. L’aereo di Battisti, che inizialmente come aveva riferito Salvini a Conte doveva fare scalo a Brasilia, dovrebbe arrivare direttamente da Santa Cruz. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede parlando al Tg1 ha riferito che “sarà portato nel carcere più vicino allo scalo di atterraggio. Presumibilmente sarà Rebibbia“. Proprio sulla questione ergastolo sembrava esserci un problema: dal momento che la Costituzione brasiliana non prevede la pena, in base all’intesa per l’estradizione raggiunta nel 2017 con il Brasile, l’Italia si era impegnata a non applicarla, accordandosi un massimo di 30 anni. Secondo quanto afferma Bonafede, però, l’arrivo direttamente dalla Bolivia consentirà di aggirare questo nodo.

L’arresto Battisti è stato fermato in strada, mentre camminava a piedi per le vie di Santa Cruz de la Sierra e quando gli agenti boliviani si sono rivolti a lui, non ha tentato di fuggire e ha risposto in portoghese. Aveva barba e baffi finti e si è fatto arrestare senza opporre resistenza. Gli investigatori italiani erano già da una settimana in Bolivia e dopo aver circoscritto l’area in cui si trovava Battisti hanno iniziato a pedinarlo. Prima di intervenire, però, sono state fatte tutte le attività di comparazione e i riscontri visivi possibili fino a quando si è avuta la ragionevole sicurezza che fosse proprio lui. A quel punto, nella giornata di ieri, sono stati fatti intervenire i poliziotti boliviani, che lo hanno fermato in mezzo alla strada. Alle richieste degli agenti di fornire i documenti, Battisti ha risposto in portoghese dicendo di non averli e solo quando lo hanno portato negli uffici della polizia – dove si troverebbe tutt’ora – ne ha fornito uno falso. Una volta riportato in Italia, Battisti sarà condotto nel carcere più vicino al luogo di atterraggio. Questo infatti prevede la procedura in situazioni di questo genere. Per quanto riguarda l’iter dell’estradizione, l’Italia non deve formalmente compiere alcun atto, perché l’intera procedura era già del tutto espletata nel dicembre 2018 e su Battisti gravano condanne definitive. Finisce così una vicenda che nel corso degli anni ha acceso, a volte, pesantemente il dibattito politico. E secondo quanto riportano fonti del governo all’Ansa, potrebbe essere estradato verosimilmente domani in Italia, ma non è escluso che il rientro possa avvenire già oggi. Le autorità stanno valutando se l’estradizione debba avvenire direttamente dalla Bolivia – dove è stato catturato – o via Brasile.

La latitanza – Battisti si era inizialmente rifugiato in Francia, doveva aveva vissuto dagli anni Ottanta, protetto dalla “dottrina Mitterrand”, secondo cui la Francia non avrebbe valutato “la possibilità di non estradare cittadini di un Paese democratico autori di crimini inaccettabili”. In Brasile dal 2004, Battisti fu arrestato nel 2007 e rimasto nel carcere brasiliano di Papuda, a Brasilia, fino al giugno 2011. Nel 2009 il Tribunale Supremo Federale (Stf) aveva autorizzato la sua estradizione in Italia, ma la decisione fu bloccata dal pronunciamento dell’allora presidente Luiz Inacio Lula da Silva che, alla fine del suo mandato, il 31 dicembre 2010, gli concesse lo status di rifugiato. Dopo la decisione da parte della Stf di respingere un ricorso dell’Italia, Battisti è stato scarcerato, ottenendo in agosto il permesso di residenza permanente.

Il presidente brasiliano uscente Michel Temer, che si è insediato dopo l’impeachment della presidente Dilma Rousseff, erede politica di Lula, aveva manifestato l’anno scorso l’intenzione di estradare Battisti in Italia. In questo quadro, il 4 ottobre 2017 Battisti fu fermato a Corumbà, nello stato di Mato Grosso del Sud – alla frontiera con la Bolivia – mentre cercava di attraversare il confine con dollari ed euro non dichiarati. Accusato di voler fuggire dal Brasile, è stato privato del passaporto e ha l’obbligo di residenza nello stato di San Paolo.

Il 13 ottobre 2017 una sentenza dello stesso giudice Fux aveva stabilito che la magistratura non può revocare quanto deciso da Lula, a meno di una pronuncia della prima sezione dell’Stf. Ma da allora la prima sezione non è stata investita del caso. Nel frattempo il procuratore generale brasiliano della Repubblica, Raquel Dodge, ha argomentato che la decisione di non estradare Battisti era “un atto altamente politico”. Una tesi accolta dal giudice Lux che, sottolineando la natura “strettamente politica” di quella decisione, ha quindi affermato che il nuovo presidente potrà rivederla. “È nella stessa natura degli atti prodotti nell’esercizio del potere sovrano la loro reversibilità”, aveva affermato il togato. A fine ottobre il figlio dell’allora appena eletto Jair Bolsonaro aveva dichiarato al ministro dell’Interno Salvini che sul caso Battisti stava per giungere all’Italia “un regalo”.

In una intervista all’Ansa (“perdono” per le vittime degli attentati) nel 2011 l’ex militante dei Pac ammise le proprie “responsabilità politiche”, precisando però di escludere del tutto quelle “dirette” e alla parola pentimento rispose: “È una parola che non mi piace, è una ipocrisia, è sinonimo di delazione, è legata alla religione”. Non mancò una critica alla lotta armata. “Alla luce di oggi, illudersi che si potessero cambiare le cose in Italia così è stato un errore“, ammise, difendendo d’altro lato le sue fughe all’estero, dalla Francia, al Messico, al Brasile: altrimenti, disse, “avrei rischiato di pagare con l’ergastolo in Italia delitti che non ho mai commesso”. “Mi porto dentro l’Italia del passato, quella che ancora sognava, un paese che lottava per la giustizia”, aggiunse ricordando che era “stato trattato come il mostro da sbattere in prima pagina”.