Dopo due settimane di trattative, la conferenza sul clima di Katowice si è conclusa con il solito ritardo e le solite litigate impreviste (questa volta Brasile e Turchia), ma dopo negoziati iniziati all’indomani della Cop21 e accompagnati di recente da un crescente senso di urgenza e da evidenze scientifiche ed empiriche schiaccianti.

Sulla carta il risultato sarebbe dovuto essere un set tecnico e complesso ma condiviso di regole concrete su come attuare l’accordo di Parigi e la revisione al rialzo entro il 2020 degli impegni nazionali di riduzione delle emissioni per mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto degli 1,5 gradi. Ma questa Cop è stata una grande delusione: non c’è analisi scientifica o pressione cittadina che convinca davvero i governi a fare il salto necessario. C’è un abbaglio totale nella valutazione dell’importanza – e quindi della capacità di generare consenso – di questo tema per l’opinione pubblica.

Nei giorni e settimane precedenti la Cop24, la mobilitazione europea e globale intorno al clima, i segnali del mondo economico e accademico, della cultura e perfino dello showbiz sono stati incomparabilmente maggiori rispetto ai numeri mobilitati dai gilet gialli. Eppure su quelli si sono sprecati migliaia di articoli a livello globale, con l’effetto pratico di rimettere in questione (non solo in Francia ma anche in altri Paesi) norme sacrosante, e di per sé neanche troppo coraggiose, sulla tassazione dei combustibili fossili. Invece di rivederne le indubbie storture – soprattutto nell’accompagnamento sociale a queste misure – in Francia si è deciso di toglierla del tutto e in Italia si prospetta apertamente di farlo senza che si sia materializzato alcun gilet giallo. Ciò è emblematico di quanto nel dibattito mediatico e politico il tema di come affrontare gli sconvolgimenti climatici che ci aspettano sia assolutamente secondario.

Continuare a sottovalutare questo aspetto di cui si dovrebbe parlare giorno e notte rappresenta il più grave e irresponsabile errore dell’attuale leadership mediatica e politica nazionale, europea e globale, non solo per via degli enormi costi umani ed economici che ci toccherà affrontare quando i danni diventeranno irreparabili (entro 12 anni secondo l’Onu), ma a causa delle occasioni di trasformazione positiva dell’economia buttate al vento se continuiamo a restare inchiodati su tecnologie e produzioni fossili nell’illusione di ridurre i costi della transizione.

A Katowice sono stati fatti solo progressi tecnici, impegnandosi a rivedersi il prossimo settembre per decisioni più stringenti rispetto al rialzo dei contributi nazionali di riduzione delle emissioni. Ma le migliaia di persone per strada non manifestano per un regolamento o per un impegno fumoso. Le imprese non cambiano le loro decisioni di investimento e produzione sull’aria fritta. Vogliono un piano di azione e una direzione chiari. Particolarmente deludente è stato il ruolo della Ue, a causa della divisione (e distrazione) di molti dei suoi Stati membri, che hanno una grande responsabilità per il debole risultato della Cop24. L’Italia ha fatto il suo compitino, sostenendo la nota della coalizione degli “ambiziosi”, ma l’incoerenza fra un posizionamento giusto a livello europeo e internazionale e politiche interne rimane un ostacolo a un’azione credibile e di vera leadership. Dai tagli al Ministero dell’Ambiente, alla riduzione dei target nazionali per le rinnovabili rispetto agli impegni europei, alla confusa ritirata sulle ecotasse, c’è poco da rivendicare da parte del governo del “cambiamento”.

Eppure, dopo l’abbandono degli Stati Uniti, l’Ue avrebbe avuto le carte in regola per alzare il livello dei colloqui: ne aveva tutto l’interesse, anche perché è ancora leader nelle tecnologie e nell’economia “verde”. Ma i governi europei non hanno dato prova di maggiore ambizione e la Commissione si è nascosta dietro un documento piuttosto vago di una strategia di 0 emissioni nette al 2050. Ma non conviene a nessuno, neppure politicamente, continuare a tergiversare.

Noi faremo di tutto perché questo tema, che interessa proprio tutti noi, diventi il cuore della campagna elettorale europea anche in Italia: la partita delle elezioni del 2019 non sarà banalmente fra pro e contro un’Europa astratta, ma fra chi darà all’Ue la legittimità e la forza di trascinare il mondo verso la soluzione al clima impazzito e chi ci inchioderà a un futuro fossile e scuro come il cielo di Katowice, in questi giorni il più inquinato d’Europa.

Se il prossimo settembre vogliamo che l’aria cambi, l’Ue deve indicare la strada, riaprendo la discussione interna sulla revisione degli impegni nazionali presi a Parigi e presentandosi all’Assemblea Generale dell’Onu passando dal 40% al 55% di riduzione delle emissioni entro il 2030. Troppo caro? Spero non sarà necessario toccare con mano i costi economici, ambientali sociali, culturali dell’inazione per capire che in realtà si tratta di un affare e di una grande opportunità.