La Cop24 di Katowice è finita con un accordo con degli obblighi e delle regole valide per tutti i Paesi. Un accordo insufficiente, certo, ma c’è stato: quasi un miracolo, considerando il sabotaggio continuo delle delegazioni dei paesi produttori di combustibili fossili. La situazione rimane difficilissima, ma dobbiamo resistere, come cento anni fa, al tempo della difesa del Piave. E il risultato della Cop24 è proprio questo: resistiamo. Rimane poco tempo, forse è già troppo tardi, ma resistiamo.

La questione climatica sembra essere completamente fuori moda: non se ne legge sui giornali, non se ne parla in tv, non è parte del dibattito politico. È anche comprensibile che la maggior parte di noi cerchino per quanto possibile di ignorare quello che sta succedendo. Si diceva a volte che il diavolo compare soltanto se lo nomini e chissà che questo non valga anche per il clima terrestre. Se non ne parliamo, può darsi che il problema scompaia da solo.

Ma, ovviamente, questa è una pia speranza. Il silenzio-stampa sul clima non farà sparire il problema. Anzi, la situazione climatica è talmente grave che non la possiamo più nemmeno definire come un problema: è un disastro in corso. Per i problemi, ci sono soluzioni, per i disastri non c’è che cercare di limitare i danni. E probabilmente siamo già arrivati a questo punto.

L’ultimo rapporto dell’Ipcc dice le cose in modo abbastanza chiaro – ed è probabilmente per questo che un gruppo di Paesi produttori di petrolio ha rifiutato di accettarlo alla Cop24. Per il momento siamo a circa un grado in più di riscaldamento e la temperatura continua ad aumentare. Questo è già causa di disastri: siccità, estinzioni di massa, alluvioni, riduzione della produttività agricola, aumento del livello del mare, acidificazione degli oceani, ondate di calore estreme, fusione dei ghiacci polari, incendi boschivi su larga scala, e altre cose.

Ma la vera minaccia non sono i fenomeni in corso, ma quello che viene definito come il “punto di non ritorno” (“tipping point”) del clima. Se volete sapere cos’è un punto di non ritorno, pensate al crollo del ponte Morandi a Genova, la scorsa estate. Il ponte era stato costruito per adattarsi – entro certi limiti – agli sforzi che doveva sopportare. Quando il limite è stato superato, è crollato: ora non è più un ponte.

L’ecosistema terrestre, anche quello, è in grado di adattarsi al riscaldamento generato dall’effetto serra – entro certi limiti. Se si sorpassano i limiti, l’ecosistema rischia di collassare: in questo caso, sarà ancora un ecosistema, ma non più l’ecosistema di prima. Non necessariamente un ecosistema dove gli esseri umani possono vivere. Non sappiamo esattamente quanto riscaldamento l’ecosistema può sopportare prima di fare la fine del Ponte Morandi. Il punto di non ritorno potrebbe arrivare entro qualche decennio, oppure non prima della fine del secolo e, quando arriverà, potrebbe non essere una cosa terribile, oppure essere peggio di quanto ci possiamo immaginare. L’unica cosa che sappiamo è che se non prendiamo misure drastiche a partire da ora, il rischio della catastrofe aumenta. E l’unica possibilità che abbiamo di arrivare a fare qualcosa di utile è di impegnarsi su dei trattati internazionali che possano forzare i governi nazionali ad agire. E, alla fine, questo ci porterà a delle misure efficaci contro il disastro in corso.

Miracolosamente, lo stiamo facendo: il fatto che a Katowice si sia arrivati a un accordo è un grosso risultato. Continuando in questa direzione possiamo sperare che un giorno la questione climatica non sarà più un problema, ma un’opportunità. La lotta contro il disastro climatico potrebbe diventare un nuovo modo di gestire i beni comuni del pianeta Terra: un patrimonio di tutta l’umanità e non più semplicemente qualcosa da accaparrarsi per il massimo profitto di pochi. Ci arriveremo mai? Chissà, nel frattempo, resistiamo.