Nel gennaio del 2017 il primo ministro Theresa May si era impegnata a far uscire il Regno Unito sia dal Mercato Unico (eliminazione di tutte le barriere non-tariffarie alla libera circolazione di merci, persone, servizi, capitali) che dall’Unione Doganale (libera circolazione delle merci e politica commerciale comune), ma le promesse che non tengono conto della realtà sono destinate a non essere mantenute e dunque ecco qui le 585 pagine della bozza di accordo per il ritiro del Regno Unito dall’Unione Europea sottoscritte la settimana scorsa dai negoziatori delle due parti a Bruxelles.

Theresa May le aveva presentate al governo britannico nei giorni scorsi e ieri sera i suoi ministri – almeno loro, e non era scontato – dopo più di quattro ore di discussione a porte chiuse, hanno approvato i termini del divorzio (i cocci della separazione si sono visti oggi, con le dimissioni di Dominic Raab, ministro per la Brexit, e di Shailesh Vara, sottosegretario all’Irlanda del Nord). Mentre gli accordi sulla parte finanziaria e sui diritti dei cittadini europei in Gran Bretagna e di quelli britannici nel continente sembrano aver raggiunto un buon livello di accettabilità per gli organismi politici che dovranno successivamente votarli, non si può dire altrettanto per la questione del confine tra Ue e Uk. Quest’ultimo dovrebbe necessariamente coincidere con il confine tra EIRE (Repubblica d’Irlanda) e Ulster (Irlanda del Nord), divenuto ormai un confine invisibile grazie agli Accordi del Venerdì Santo che posero fine a 30 anni di attriti e violenze tra cattolici repubblicani e protestanti monarchici.

Il negoziatore europeo Barnier, per non turbare la pace raggiunta, aveva proposto di far correre il confine sul mare tra Irlanda e Regno Unito, lasciando l’Irlanda del Nord nell’Unione Doganale e nel Mercato unico. Proposta bocciata dalla signora May, decisa a non scalfire l’unione territoriale e a non perdere l’appoggio dei deputati irlandesi del DUP, e successiva controproposta, controbocciata da Barnier, contrario ad un’unione doganale de facto per tutto il Regno Unito da abbandonare in un successivo momento scelto unilateralmente dai britannici.

La bozza di accordo approvata dal governo nella serata di mercoledì suggerisce una soluzione di compromesso: Barnier accetta l’idea di un’unione doganale per tutto il Regno Unito, ma la Gran Bretagna non potrà uscirne se l’Unione Europea dovesse vedere ancora la necessità di istituire un confine rigido. Inoltre l’Unione pretende condizioni di parità tra tutti i paesi e quindi il Regno Unito dovrebbe rispettare le norme europee su aiuti di stato, ambiente, fisco e mercato del lavoro.

Si fa ora la data del 25 novembre per un summit europeo che dovrebbe siglare l’accordo. Successivamente, si presume entro il mese di dicembre, il testo verrà presentato al Parlamento britannico per il voto ma, mentre stanno piovendo critiche da Conservatori, Laburisti e DUP, è davvero difficile fare previsioni sui risultati finali.

La scelta che si apre davanti al Parlamento è attualmente limitata a due possibilità: questo accordo o nessun accordo. Una terza scelta potrebbe aprirsi dopo il 27 novembre, data dell’udienza fissata dalla Corte Europea di Giustizia per la discussione sull’interpretazione dell’articolo 50 del Trattato UE. La questione pregiudiziale, sollevata dinanzi alla Corte da un tribunale scozzese, su richiesta di alcuni politici anti-Brexit, dovrebbe portare a determinare se per la Gran Bretagna sia o meno possibile, prima della scadenza del 29 marzo 2019, ritirare unilateralmente la sua decisione di lasciare l’Unione Europea. In caso di interpretazione positiva della Corte, se il Parlamento dovesse ritenere l’accordo concluso oggi dal governo peggiore della permanenza nell’Unione, il no deal non sarebbe più l’unica opzione disponibile.

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