Oggi vorrei parlarvi di tre nomi. Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Alessio Righetti. I primi due, disgraziatamente, li conoscete. Il terzo, sfortunatamente, no. Io ho cari tutti e tre. I primi due non li ho conosciuti. Il terzo sì. Capirete voi il perché. Parto dal fatto di cronaca. Qualche giorno fa un medico che opera in provincia di Ferrara è finito tra gli haters dell’elenco consegnato da Ilaria Cucchi alla magistratura. Si tratta dell’ennesimo episodio di ipotesi di diffamazione nei confronti di lei e della sua famiglia. Il dottore, tale Giuseppe Buraschi, 63 anni, ha descritto Ilaria Cucchi come “una mitomane pronta a tutto… la morte di suo fratello si è rivelata essere una gallina dalle uova d’oro per lei e per la sua famiglia”. Questo in un commento sulla pagina Facebook di Stefano Paoloni, segretario generale del Sindacato autonomo di Polizia.

La notizia della querela è stata ripresa dai giornali locali e Paoloni – massimo rappresentante di un sindacato di Polizia – si è sentito in dovere di rilasciare un comunicato ufficiale in cui fa rientrare l’insulto “nell’ambito del sacrosanto diritto della libertà di pensiero che non deve necessariamente essere lo stesso della signora Cucchi”.
Paoloni, a scanso di equivoci, rimarca come il suo amico virtuale, che evidentemente conosce anche di persona, sia “una persona corretta, moralmente ed eticamente esemplare, un grande professionista, al quale va tutta la nostra solidarietà”.

Si dirà il classico nihil novi sub sole. In fondo, non era al congresso del Sap di Rimini che i presenti applaudirono tre dei quattro condannati per l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi? Non è il Sap quel sindacato di Polizia con allora al vertice l’oggi deputato leghista Sergio Tonelli, condannato per aver diffamato la famiglia di Stefano Cucchi?

Anche Alessio Righetti è, o quantomeno era, iscritto al Sap. Lo ricordo nel corso di una conferenza stampa a Ferrara nella quale sempre Tonelli millantava l’ennesima prova per chiedere la revisione del processo Aldrovandi. Tra il pubblico di quella conferenza stampa c’era anche lui. Allora era assistente capo della Polizia di Stato in forza alle volanti. Alessio Righetti applaudiva. Quanto basta, si mugugnerà, per appuntarlo nella mia personalissima lista nera.

Fatemi proseguire. Chiedetevi cos’hanno in comune da una parte il paladino dei simpatizzanti del Sap, Stefano Paoloni, che interviene con un comunicato ufficiale per difendere un’invettiva in odor di sciacallaggio morale lanciata da un non iscritto, dall’altra il “grande professionista moralmente ed eticamente esemplare” Giuseppe Buraschi e dall’altra ancora il buon Alessio Righetti. Vivono tutti e tre a Ferrara. Ferrara non è Mexico City. Tutti si conoscono. Tutti sanno tutto di tutti. E a Ferrara, dove opera Righetti, assistente capo della Polizia di Stato, cinque anni fa accadde qualcosa fuori dal normale.

Il 12 aprile 2013 Alessio Righetti, in forza alle volanti, mentre sta guidando lungo il raccordo autostradale Ferrara-Porto Garibaldi vede una donna che sta per gettarsi dal cavalcavia da un’altezza di circa dieci metri. Righetti blocca l’auto, scavalca il guardrail, oltrepassa una rete di filo spinato, si arrampica fino al sottile cordolo di cemento esterno al ponte e, rimanendo con una mano aggrappato alla rete di recinzione del cavalcavia, raggiunge l’aspirante suicida. Ma, a pochi passi dal traguardo, la donna si lascia cadere nel vuoto. Righetti si getta in avanti, le afferra il braccio e la trattiene nel mondo dei vivi. La donna urla, scalcia, cerca di liberarsi dalla morsa della salvezza. La lotta tra vita e morte dura diversi minuti. Sotto, spettatrici involontarie del fatale equilibrio, decine di auto che sfrecciano, potenzialmente mortali. Alla fine il poliziotto riesce a riportarla al di là della transenna, dove l’attendevano gli uomini del 118. Lo so, sembra un film di Stallone. Ma così è andata.

Così è andata e la cronaca di cinque anni fa ci racconta che un poliziotto della questura di Ferrara si è comportato da eroe. Perché ne parlo collegandolo ai nomi di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi? Perché non trovo parole e comunicati del Sap su Alessio Righetti. In sintesi: da una parte un simpatizzante del sindacato di polizia (non un iscritto, in quanto non è un appartenente al Corpo) insulta una persona alla quale hanno ammazzato il fratello, una persona vittima di depistaggi e menzogne lunghe nove anni e tu, Sap, la difendi con un comunicato ufficiale. Dall’altra un iscritto al sindacato si comporta da eroe, rischiando la vita nell’adempimento del proprio dovere, e tu, Sap, te ne sbatti. Vedete, il dramma di Alessio Righetti è che si è salvato. Su un poliziotto vivo è difficile costruirci consensi.

Alessio, cos’hai combinato? Se avessi lasciato quella presa, assurda solo da immaginare, si sarebbe potuto parlare di come i poliziotti non riescono a intervenire in condizioni limite. Se fossi caduto anche tu nel vuoto, si poteva gratificare tuo figlio di un padre eroe. E soprattutto incensare di lodi i vertici del tuo sindacato. Allora sì che si poteva glorificare l’eroe poliziotto caduto nell’adempimento del proprio dovere. E, invece, sei rimasto solo un poliziotto vivo. E a nessuno conviene parlare dei vivi. Meglio i morti. Quelli almeno, come Cucchi e Aldrovandi, li puoi seppellire di fango. E, se poliziotti, almeno valgono la fatica di un comunicato ufficiale.

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