La mafia siciliana, forse sarebbe più corretto dire il sistema mafia, ha deciso di riprendersi la parola, dopo un certo periodo di relativo silenzio. Quando parla Cosa nostra lo fa in due modi: o spara, oppure manda dei segnali chiari, inequivocabili. Due giorni fa ha deciso di mandarne due di segnali forti e chiari utilizzando, fortunatamente, il secondo strumento, sotto forma di un proiettile calibro 7,65 inviato via posta a Claudio Fava e, a stretto giro, con minacce inequivocabili rivolte a Maurizio Artale, il presidente del centro “Padrenostro” fondato da Don Puglisi.

Ritrova la parola Cosa nostra, perché sente, con l’intuito che ha sempre contraddistinto la mafia siciliana, che il vento politico è cambiato e che oggi più di ieri può permetterselo. Che le sponde politiche, per quelli come loro, si sono ricostituite dopo lo sbandamento seguito alla caduta di Berlusconi, quando tutto era diventato confuso e ci si doveva accontentare di mezze tacche, come l’ineffabile Pippo Raffaele Nicotra, le cui gesta abbiamo più volte narrato su questo blog, che oggi viene accompagnato finalmente nelle patrie galere.

A Cosa nostra non bastano solo i Nicotra. Serve una copertura più elevata, una copertura “di sistema”, un clima politico che garantisca gli affari in tutta serenità. Di contro è tollerabile una politica muscolare, rivolta al basso ceto criminale. Un po’ di arresti di spacciatori, la farsa dei carabinieri col taser, un po’ di sberle agli immigrati senza documenti, le pacche sulle spalle a chi spara ai ladri e magari li accoppa; insomma la politica muscolare per le strade alla fine ai mafiosi sta pure bene, perché sposta il bersaglio, sposta uomini, mezzi e risorse, soprattutto sposta attenzione.

Cosa nostra parla dunque e si rivolge come sempre ai pochi che si mettono davvero di traverso sulla sua strada. Claudio Fava ha sempre avuto parole chiare, soprattutto ha compiuto fatti, e recentemente li ha compiuti da presidente della Commissione regionale antimafia. Il primo fatto è stato quello di fare diventare una Commissione pensata per far chiacchiere, qualcosa di assai concreto. Lo ha fatto con l’inchiesta sul sistema Montante, ovvero il sistema di potere della cosiddetta Confindustria della legalità dietro al quale si nascondeva un articolato meccanismo di potere, che faceva impallidire quello cuffariano e lombardiano (compresi i legami con l’alta mafia). Lo ha fatto puntando sui depistaggi su Via D’Amelio e facendo passare una legge che impone agli eletti di rendere palese la loro eventuale iscrizione alla massoneria, ed infine dicendo, al contrario della quasi totalità dei commentatori, cose chiarissime sulla confisca di beni per mafia all’uomo più potente della Sicilia, l’editore Mario Ciancio. Ha sostenuto – pensate quale eresia – che i media confiscati dal Tribunale dovessero essere affidati a persone diverse dai fedelissimi di Ciancio.

Ovviamente si sono sprecati i messaggi di condanna delle intimidazioni. Messaggi ai quali si è un unito con molta calma e con formale distacco (inusuale per la sua comunicazione rutilante) anche il ministro dell’interno Matteo Salvini. Ma in questi giorni il signor ministro ha fatto ben altro. Ha postato, con un entusiastico commento, l’intervento di un personaggio che attaccava il sindaco di Riace, Mimmo Lucano. Il personaggio che tanto è piaciuto al signor ministro, è Pietro Zucco, condannato in Cassazione come prestanome della ‘ndrangheta. Il ministro non lo sapeva? Possibile, può capitare se fai il direttore delle Poste a Busto Arsizio, ma non dovrebbe capitare se invece fai il ministro dell’Interno. Se un ministro è così inetto, per cortesia lasci il suo posto, e soprattutto la sicurezza di questo Paese, a qualcuno che sia capace di sapere le cose che attengono al suo Ministero. Ma se invece il signor ministro lo sapeva, coma va letta quella scelta? Come va letta, unita alle misere sette righe che il “contratto di governo” dedica alla lotta alla criminalità organizzata? Come leggono queste scelte gli uomini delle mafie?

Forse le donne e gli uomini del M5S che con i loro voti parlamentari permettono a questo signore di sedere al Viminale, dovrebbero farsi qualche domanda e darsi qualche risposta, ma soprattutto qualche risposta dovrebbero darla ai loro elettori, a quelli in buona fede, a quelli che li hanno votati pensando che avrebbero cambiato l’Italia. Onestà è una gran bella parola, ma è solo una parola. Urlarla in piazza e facile. Esercitarla con coerenza,  praticarla quando si sta al governo è ben altra cosa. Lì si misurano e si pesano le persone e i partiti.