Sull’inquinamento di falde e terreni causato dall’attività della raffineria Tamoil di Cremona, la Cassazione, nella tarda serata di ieri, ha scritto la parola fine. La Suprema Corte ha confermato la condanna a tre anni di reclusione, per disastro ambientale colposo aggravato, per il manager Enrico Gilberti, emessa il 20 giugno del 2016 dalla Corte d’Assise d’Appello di Brescia. Ribadita anche l’assoluzione per tutti gli altri imputati: Giuliano Guerrino Billi, Mohamed Saleh Abulahia, Pierluigi Colombo e Ness Yammine (l’unico ad essere stato assolto anche in primo grado). Sono quindi state accolte le richieste del procuratore generale di rigettare il ricorso presentato dalla difesa di Gilberti.

È stato invece dichiarato inammissibile il ricorso della procura generale di Brescia che chiedeva di condannare gli imputati per il più grave reato di avvelenamento delle acque. Anche per quanto riguarda i risarcimenti, decisi in primo grado, confermato il milione di euro a titolo di provvisionale per il Comune di Cremona. Comune che nel primo grado di giudizio era rappresentato dal cittadino Gino Ruggeri. Mentre in appello e in Cassazione i danni sono stati chiesti dall’amministrazione comunale. Tamoil dunque, e da ieri lo dice anche la Cassazione, ha inquinato la falda e i terreni sottostanti la raffineria e le società canottieri in riva al fiume Po (Bissolati, Flora, Dopolavoro ferroviario). Nella sentenza di primo grado, il giudice Guido Salvini, nel 2014, aveva invece condannato due degli imputati per disastro doloso. “È una soddisfazione il fatto che l’inquinamento prodotto da Tamoil, al di là delle singole responsabilità personali, sia stato nuovamente riconosciuto e confermato”, commenta il giudice Salvini. “È un reato che ha avuto una definizione più precisa con la legge del maggio 2015 sui reati ambientali”. “Una vittoria dei cittadini. Si proceda ora alla richiesta di risarcimento per i danni subiti”, afferma il sindaco di Cremona Gianluca Galimberti

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