Paul Manafort, l’ex capo della campagna elettorale di Donald Trump, si è formalmente dichiarato colpevole oggi in tribunale per due capi di imputazione: cospirazione contro gli Stati Uniti e cospirazione per ostacolare la giustizia. Ha così raggiunto un accordo con il procuratore del Russiagate Robert Mueller: accordo che “non ha nulla a che fare con il presidente o con la sua vittoriosa campagna presidenziale del 2016”, sostiene la Casa Bianca. Lo scorso agosto, il braccio destro di Manafort, Rick Gates,si era dichiarato colpevole di frode fiscale e bancaria e appropriazione indebita: reati che aveva commesso su ordine di Manafort.

L’ho fatto, è così”, ha affermato in aula Manafort, affiancato dal suo legale Richard Westling, alla domanda del giudice che gli chiedeva se quanto sostenuto dall’accusa corrispondesse alla verità. Fino al mese scorso, Donald Trump – in occasione del processo in Virginia in cui il suo ex legale Michael Cohen si era dichiarato colpevole per violazione delle leggi elettorali – aveva elogiato Manafort per non aver “ceduto e non aver  inventato storie per ottenere un accordo. Tanto rispetto per un uomo di valore”. Ma oggi, 14 settembre, a meno di un mese dai tweet del presidente, la situazione è decisamente cambiata.

Manafort, alle prese con il secondo processo a Washington, dopo essersi dichiarato colpevole, si prepara ora a collaborare con il procuratore speciale Mueller che indaga sui rapporti tra la campagna presidenziale e la Russia. Lo scorso giugno, Manafort era finito in carcere perché il giudice gli aveva revocato i domiciliari: è stato di fatto il primo uomo “di peso” vicino a Trump a finire in carcere. In particolare Manafort era finito nel mirino del procuratore del Russiagate nel corso delle indagini per i suoi sospetti su contratti di consulenza con l’ex presidente filorusso ucraino Viktor Yanukovych.

Una vera e propria attività di lobbying illecita che, dicono gli inquirenti, si è concretizzata con l’emergere di alcuni documenti da un libro paga segreto del partito di Yanukovych. Gates, il mese scorso, aveva confermato ai giudici di aver aperto quindici conti bancari all’estero, principalmente a Cipro, e di non averli dichiarati al governo Usa “su richiesta di Manafort”. Non solo frode fiscale, quindi, ma anche falsificazione di documenti bancari, in modo da ottenere prestiti che servivano a finanziare lo stile di vita particolarmente sontuoso di Manafort. Gates aveva poi confermato anche che parte del denaro finito nei conti bancari esteri di Manafort veniva proprio dagli oligarchi del circolo di Yanukovych.