Conti bancari esteri non dichiarati. Frode fiscale e bancaria. Appropriazione indebita. Sono alcuni dei reati di cui si è dichiarato colpevole Rick Gates, socio d’affari e collaboratore di Paul Manafort, lobbista, consulente politico, l’uomo che guidò la campagna elettorale di Donald Trump tra il giugno e l’agosto 2016. Gates, anche lui ben inserito nella politica repubblicana e vice di Manafort quando questi era il principale collaboratore di Trump, ha spiegato che buona parte di questi reati sono stati compiuti di comune intesa o su ordine di Manafort. La testimonianza di Gates è un tassello fondamentale nell’indagine su Manafort, agli arresti dallo scorso giugno, e un passo avanti nell’inchiesta del Russiagate condotta dallo special counsel Robert Mueller.

Gates si è presentato nella sala del tribunale di Alexandria, Virginia, con un vestito blue navy e una cravatta gialla. Ha letto la sua testimonianza senza alzare mai gli occhi, per evitare di incontrare lo sguardo di Manafort, che dal banco degli accusati ha ascoltato in silenzio le parole del suo ex socio. Si sapeva che Gates aveva raggiunto un accordo con Mueller: una piena confessione in cambio di una riduzione di pena. Quello che non si immaginava è che la confessione di Gates sarebbe andata ben al di là delle stesse accuse che in un primo tempo gli sono state mosse dal procuratore. Il consulente e lobbista ha infatti spiegato di aver aperto, insieme a Manafort, quindici conti bancari all’estero, principalmente a Cipro, e di non averli dichiarati al governo Usa “su richiesta di Manafort”. Oltre alla frode fiscale, il reato sarebbe anche quello di falsificazione di documenti bancari, in modo da ottenere prestiti che servivano a finanziare lo stile di vita particolarmente sontuoso di Manafort.

Gates ha spiegato che parte del denaro finito nei conti bancari esteri di Manafort veniva dagli oligarchi del circolo di Viktor Yanukovych, l’ex presidente ucraino, appoggiato dalla Russia, per cui Manafort e Gates hanno lavorato. Nella dichiarazione di colpevolezza di Gates sono finiti però altri dettagli. Per esempio, il lobbista ha ammesso di aver ingannato lo stesso Manafort, gonfiando i suoi rimborsi spese e spostando dollari dai conti a Cipro al suo personale. Tra i reati di cui si è dichiarato colpevole c’è anche la falsificazione di dati nelle richieste di carta di credito e mutuo. Resta infine il reato di falsa testimonianza. Gates ha infatti mentito all’Fbi nelle sue prime deposizioni; anche questo, ha spiegato, “su richiesta di Manafort”.

È certo che Gates dovrà affrontare un contro-interrogatorio particolarmente duro da parte della difesa di Manafort, secondo cui Gates avrebbe agito a completa insaputa del suo capo. Gli avrebbe sottratto milioni di dollari e poi, anche sotto la pressione dello special consel Mueller, si sarebbe piegato ad accuse completamente false. Manafort si è finora sempre dichiarato non colpevole e non sembra che la sua strategia di difesa sia destinata a cambiare. “Gates aveva le mani nella scatola dei biscotti”, ha suggerito la difesa di Manafort nell’arringa introduttiva. L’accusa ritiene invece che Manafort non abbia dichiarato buona parte dei sessanta milioni ricevuti dagli oligarchi ucraini e che i conti bancari non notificati al governo americano siano una trentina. Per dimostrare la fondatezza della sua tesi, l’accusa ha aperto il processo, la settimana scorsa, raccontando il lussureggiante stile di vita di Manafort (tra cui l’acquisto di una giacca da 15 mila dollari).

Il processo a Gates e Manafort non è legato direttamente all’inchiesta che Robert Mueller sta conducendo sui presunti legami tra la campagna di Trump e la Russia. Ma i reati ora contestati ai due sono emersi proprio durante l’indagine di Mueller e Trump ha più di una ragione per seguire con preoccupazione il processo. Anzitutto, Manafort è stato legato non solo al partito delle regioni di Yanukovyc, ma anche a diversi oligarchi russi. Tra questi c’è Oleg Deripaska, ricco e molto vicino al Cremlino, che avrebbe prestato a Manafort diciannove milioni di dollari. Sempre Manafort sarebbe stato in debito di altri 17 milioni di dollari nei confronti di soggetti russi quando diventò campaign manager di Trump. La complessa rete di interessi e collegamenti tra Manafort, i russi e gli ucraini ai tempi della campagna elettorale potrebbe diventare quindi un elemento ulteriore che lega l’attuale presidente a Mosca. Ma c’è di più. Manafort, proprio come Gates, potrebbe essere costretto a raccontare quello che sa delle ingerenze russe nella campagna – in cambio di una cospicua riduzione di pena.

A testimonianza dell’interesse con cui Trump segue il processo, c’è un tweet del presidente di alcuni giorni fa. “Volgendoci indietro alla storia – scrive Trump – chi è stato trattato peggio, Alfonse Capone, mafioso leggendario, assassino e nemico pubblico numero uno, o Paul Manafort, consulente politico e uomo di Reagan e Dole, che ora è in isolamento sebbene accusato di nulla? Dov’è la collusione russa?” Trump continua a negare qualsiasi contatto tra la sua campagna e I russi, e la settimana scorsa ha anche chiesto al suo attorney general Jeff Sessions, sempre tramite un tweet, di chiudere l’inchiesta di Mueller. Difficile che la cosa possa avvenire nel breve periodo. Il processo a Gates e Manafort potrebbe anzi essere una tappa del cerchio che il procuratore Mueller sta chiudendo attorno alla Casa Bianca.